"Qui passo gli anni, abbandonato, oscuro, senz'amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de' malevoli divengo: qui di pietà mi spoglio e di virtudi, e sprezzator degli uomini divengo..." (G. Leopardi)

martedì 31 gennaio 2012

Cresce la tensione tra Sudan e Sud Sudan

AFRICA/SUDAN - Tra rapimenti e nuovi massacri cresce la tensione tra Sudan e Sud Sudan

Khartoum (Agenzia Fides) - Cresce la tensione nelle aree al confine tra Sudan e Sud Sudan, mentre i governi di Khartoum e Juba si lanciano accuse reciproche di sostenere i ribelli che operano sui rispettivi territori. "Miliziani provenienti dallo Stato di Unity sono penetrati in quello di Warrap e hanno attaccato le persone che si trovavano in un pascolo, uccidendone piu' di 40" ha riferito il ministro dell'Interno del Sud Sudan, Alison Manani Magaya. "Questi miliziani sono stati armati dal governo di Khartoum" ha affermato il Ministro.
Secondo quanto riporta il sito di Sudan Catholic Radio, Bol Makueng, Segretario per l'Informazione del Movimento per la Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM), il partito al potere in Sud Sudan, ha accusato le autorità di Khartoum di permettere alle milizie sud-sudanesi di reclutare sul suo territorio persone originarie del Sud per attaccare i civili in Sud Sudan, Darfur e Sud Kordofan. Le ultime due aree citata sono Stati appartenenti al Sudan nei quali agiscono movimenti indipendentisti contrari al potere di Khartoum. Il governo sudanese per reprimere questi movimenti, oltre a ricorrere alle forze armate regolari, ha armato una serie di milizie filo-governative. 
Secondo l'esponente del SPLM, inoltre, alcune delle reclute vengono addestrate come terroristi suicidi per compiere attentati contro esponenti governativi del sud Sudan.
Khartoum ribatte accusando a sua volte Juba di aiutare le guerriglie attive in Darfur, Nilo Blu e nel Sud Kordofan. In quest'ultimo Stato sono stati rapiti una trentina di operai cinesi dal Movimento Popolare per la Liberazione del Sudan/Nord (SPLM-N). 
Sullo sfondo rimane la questione della divisione dei proventi del petrolio, estratto dal Sud Sudan ed esportato attraverso le infrastrutture del Sudan. Khartoum ha chiesto un aumento dei diritti di passaggio del greggio lungo i suoi oleodotti, cosa che Juba respinge. Pechino, che è il maggior acquirente del petrolio locale, sta cercando di mediare tra le parti. (L.M.) (Agenzia Fides 30/1/2012)



NIGERIA: Soluzione politica per fermare il terrorismo islamico


Abuja (Agenzia Fides) - "Il problema dei Boko Haram non si può risolvere solo a livello di sicurezza, occorre invece una strategia chiara per coinvolgere tutti gli ambienti politici del nord del Paese, per venire a capo della questione" dice all'Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja, capitale federale della Nigeria.
"Quando mi riferisco a questi ambienti, non dico che siano responsabili delle violenze dei Boko Haram, ma di certo ci sono atteggiamenti improntati al lasciar correre o di non sostegno al governo. Insomma non prendono azioni pro-attive per eliminare questo pericolo" dice Mons. Onaiyekan, che rincalza: "Prima o poi qualcuno dovrà parlare con i Boko Haram e secondo me quelli che possono parlare con loro sono quelli che condividono le loro stesse aspettative, ma non i loro metodi. Mi rendo conto che è difficile trovare un punto comune perché né il governo né la maggior parte dei nigeriani vuole uno Stato islamico. Ma occorre coinvolgere tutte le parti politiche in un dialogo nazionale per far uscire la Nigeria da questa crisi" afferma l'Arcivescovo.
Secondo Mons. Onaiyekan la soluzione politica è una via obbligata, perché "è impossibile garantire la sicurezza di tutti in un Paese così vasto. È molto facile trasferire armi da una parte all'altra della Nigeria. Gli stessi posti di polizia, che sono stati oggetto degli ultimi attacchi dei Boko Haram, sono spesso isolati e non facilmente difendibili. Dobbiamo quindi trovare un altro modo per fermare i Boko Haram e credo che ciò sia possibile".
Sull'arresto a Kano (città del nord dove gli ultimi attentati della setta hanno provocato 185 morti) di circa 200 attivisti di Boko Haram, la maggior parte dei quali sarebbero immigrati ciadiani, Mons. Onaiyekan afferma "Non penso che si possa dire che queste persone siano mercenari del Ciad, perché le frontiere tra Ciad, Niger e Nigeria del nord sono molto permeabili, e vi sono continui trasferimenti di popolazione tra un Paese e l'altro, al punto che non si sa bene chi sia nigeriano, chi nigerino e chi ciadiano. L'unica cosa che questi arresti dimostra è che il fenomeno di Boko Haram oltrepassa le frontiere della Nigeria e che occorre coinvolgere i governi dei Paesi vicini. Chiudere le frontiere non serve a nulla. La frontiera tra Niger e Nigeria è immensa ed è un deserto piatto, facilmente attraversabile e impossibile da controllare".
Chiediamo all'Arcivescovo di Abuja se è vero che vi sia una fuga in massa di cristiani da nord della Nigeria. "La popolazione si sposta per paura - risponde -. Chi può scappa, specie chi è originario di altre parti del Paese: torna a casa in attesa di vedere come si sviluppa la situazione. La gran maggioranza dei cristiani è però rimasta. Si tenga presente che la popolazione originaria del sud che vive al nord da più di 2-3 generazioni è molto consistente".
"Chi afferma che la Nigeria si dividerà tra un Nord musulmano ed un Sud cristiano non conosce la realtà del Paese" sottolinea Mons. Onaiyekan. "Mi chiedo solo: dov'è la frontiera tra Nord e Sud Nigeria? Nessuno lo sa. Abbiamo sempre detto che parlare di nord e sud non equivale a parlare di divisione tra islam e cristianesimo. Vi è un gran numero di musulmani nel sud, in particolare nello Stato di Yoruba, e un numero molto più alto di quello che viene detto, di cristiani del nord, diversi dei quali sono autoctoni. Questi ultimi dove dovrebbero andare, in caso di divisione del Paese?" si chiede infine l'Arcivescovo. (L.M.) (Agenzia Fides 27/1/2012)


lunedì 30 gennaio 2012

Quote of the day - Frase del giorno

Non mi interessa sentirmi intelligente 
guardando dei cretiniin tv, 
preferirei sentirmi un cretino 
di fronte a persone eccellenti.
Franco Battiato


I don't care about feeling intelligent
looking at idiots on TV,
I'd rather feel like a stupid
in front of excellent people.
Franco Battiato

giovedì 26 gennaio 2012

SOMALIA: oltre un milione di sfollati interni che dipendono dall'assistenza internazionale


Mogadiscio (Agenzia Fides) - Sono un milione 356 mila gli sfollati interni in Somalia, dei quali 500.000 vivono nel cosiddetto corridoio di Afgoye. Lo afferma l'ultimo Situational Report inviato all'Agenzia Fides da Caritas Somalia. "A causa delle restrizioni all'accesso alle agenzie umanitarie nel sud della Somalia, la grave crisi alimentare continuerà, nonostante una buona stagione delle piogge Deyr" afferma il rapporto. La stagione delle piogge Deyr va da ottobre a novembre.
Mentre le piogge hanno migliorato la produzione di bestiame e il rendimento delle colture, la Somalia č ancora fortemente dipendente dagli aiuti umanitari, soprattutto per quel che concerne l'assistenza sanitaria, l'acqua e la nutrizione. Con l'espulsione di 16 agenzie e organizzazioni non governative, decretata dagli Shabaab alla fine di novembre, e la sospensione della distribuzione di cibo a 1,1 milioni di persone nel sud della Somalia, è forte la preoccupazione che alcune aree della Somalia possano trovarsi di nuovo in condizioni di carestia.
Il periodo di raccolta dei cereali ottenuti grazie alle piogge Deyr va da gennaio a marzo e si ritiene che le regioni di Bay e Lower Shabelle otterranno cereali sufficienti per sostenere le loro popolazioni fino all'inizio del raccolto Gu nel mese di luglio. Tuttavia le zone colpite dalle alluvioni, Gedo e Juba, avranno scorte molto limitate nei prossimi tre mesi.
Rimangono gravi inoltre le condizioni di sicurezza. Combattimenti e attentati con ordigni esplosivi continuano a Mogadiscio e in altre città della Somalia. Negli ultimi quattro settimane, 7 operatori umanitari sono stati uccisi e un operatore umanitario americano č stato preso in ostaggio a Galkayo. Un recente attacco in un campo profughi a Mogadiscio ha causato sei morti.
Nonostante la situazione difficile, Caritas Somalia continua le sue operazioni nel Paese e nel campo di Dadaab, in Kenya, dove sono accolti centinaia di migliaia di rifugiati somali. Tra i partner di Caritas Somalia vi sono: Caritas Germania e Diakonia Germania (che gestiscono con partner locali alcuni progetti finanziati con il contributo di Diakonia Germany, Caritas Polonia, Caritas Slovenia, Caritas Slovacchia, Caritas Lussemburgo, Caritas Austria, Development & Peace/Canada e Cordaid), il Catholic Relief Service (CRS), Caritas Svizzera e Trocaire. Altri fondi sono inviati da Caritas Portogallo, Caritas Norvegia e Caritas Liechtenstein. (L.M.) (Agenzia Fides 26/1/2012)


un peso... Due misure...

Sembra ufficiale che l'ex leader yemenita Saleh, al potere da 33 anni e costretto alle dimissioni dal movimento di protesta nato all'indomani della così detta "primavera araba", sia riuscito ad ottenere ospitalità negli Stati Uniti.

Non solo: Saleh, che ufficialmente si sta trasferendo negli USA per ricevere cure mediche, ha ottenuto anche l'immunità per tutti i crimini ("errori", come lui stesso ha ammesso) compiuti in 33 anni di dittatura. Gli è bastato chiedere scusa per ottenere Immunità, garantitagli dal parlamento yemenita e dagli Stati Uniti... ovviamente.

Ecco come ci si deve comportare davanti agli Stati Uniti, onnipresenti ovunque si muova una foglia a livello planetario. Non importa di quante vite umane si parli, di quanti e quali crimini un individuo possa macchiarsi, per l'America i processi non si fanno! 

Immunità totale e libertà in cambio di un passaggio di poteri ad un governo filo americano, questo è il caso di Saleh.... o morte! Come nei casi di Saddam Hussein, Gheddafi, Osama Bin Laden... Milosevic...

L'interferenza negli affari di altri paesi non è mai, in nessun caso è dettata dai soliti motivi umanitari. Il fatto di aiutare popolazioni oppresse o disagiate è solo una scusa di facciata. Non importa quanta gente muore, come muore o quanto possa soffrire; la cosa importante èer gli USA è garantire la loro politica di sicurezza nazionale, controllando tutte le aree del globo con governi a loro fedeli e destabilizzare le zone del mondo i cui governi non sono allineati. 

La popolazione civile di questi paesi... viva o morta... rimane solamente un dettaglio.

martedì 24 gennaio 2012

LIBIA - Scontri a Tripoli...

La Libya è già passata di moda nei telegiornali. Adesso quello che fa notizia è Schettino e la nave Costa affondata davanti all'Isola del Giglio.
La guerra scatenata dalla Francia contro la Libya solo qualche mese fa, è già stata dimenticata da tutti.
Migliaia di vittime, prima, durante e dopo gli attacchi alleati; l'omicidio di Gheddafi senza processo, è già tutto "archiviato" dai mass media e di conseguenza dimenticato dall'opinione pubblica. 
In effetti la campagna mediatica prima e durante l'intervento aveva sortito l'effetto voluto; Gheddafi era il cattivo di turno, tutti la pensavano così e poteva essere ammazzato senza pietà.
Cosa succede oggi in Libya? Bene... nulla di particolarmente nuovo rispetto al passato: spari, vittime, proteste e movimenti popolari in contrasto tra loro.
In Libya la gente continua a combattere e a morire... ma a noi non interessa più. Dopo la morte di Gheddafi l'Occidente si è ritirato dalla Libya, "se ne è lavato le mani" una volta ristabiliti i contatti e gli accordi riguardanti il petrolio.
Max
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Tripoli (Agenzia Fides) - "Sono segnalate esplosioni e colpi di armi da fuoco nei pressi del Mahary Hotel, vicino alla sede della Commissione militare di Tripoli": lo affermano fonti locali contattate dall'Agenzia Fides nella capitale libica. Le nostre fonti ricordano che a Tripoli da venerdì 20 si susseguono tutte le notti sparatorie. Ieri, 23 gennaio, a Bani Walid uomini fedeli al defunto leader Gheddafi hanno lanciato un'offensiva contro i militari del Consiglio Nazionale di Transizione libico. Secondo le fonti di Fides nei combattimenti a Bani Walid vi sarebbero stati almeno 4 morti e numerosi feriti di entrambe le parti. (L.M.) (Agenzia Fides 24/1/2012)


domenica 22 gennaio 2012

Yemen, al-Qaeda occupa la città di Radda

Non sono sicuro che l'epilogo della primavera araba porti a qualcosa di positivo.

Quello a cui stiamo assistendo è caratterizzato dalla caduta di molti regimi: Gheddafi ucciso in Libya, Saleh cacciato dallo Yemen, Mubarak destituito in Egitto, Bashar Al-Assad che vacilla in Syria, Ben Ali spodestato in Tunisia. 

La caduta dei regimi, che poteva segnare un periodo di riforme in chiave democratica, si sta rivelando più complicata del previsto.

In Egitto ad esempio, solo il mantenimento del potere da parte dei militari sta frenando l'avvento dell'estremismo islamico. Lo stesso succede in Syria dove il regime di Bashar Al-Assad non è ancora caduto (e non ha intenzione di farlo), negli altri paesi protagonisti della "primavera araba", nonostante la creazione di governi transitori, le fazioni islamiche più estremiste pretendono quantomeno di avere un ruolo negli aspetti decisionali. 

In Yemen assistiamo addirittura al definitivo abbandono del leader Saleh e alla quasi contemporanea ascesa di un gruppo integralista islamico legato ad Al-Qaeda che si fa chiamare Ansar Al-Sharia che con la forza e l'uso delle armi, tenta di instaurare la Sharia in varie zone dello Yemen.
Max

Yemen, al-Qaeda occupa la città di Radda

La scorsa settimana circa duecento miliziani di al-Qaeda, al comando dello sceicco Tareq al-Dhahab, hanno preso il controllo della città di Radda (Rida), nello Yemen, instaurando la sharia. La cittadina si trova a circa cento chilometri dalla capitale San’a’.

Lo ha annunciato lo stesso leader fondamentalista con un videomessaggio suYoutube, in cui promette l’instaurazione di “un nuovo califfato islamico” su tutta la penisola arabica. Al giornale Al-Masadr, riporta AdnKronos, il capo islamista ha raccontato che “la nostra avventura” è partita con un’azione per riaprire una moschea e una madrasa nela cittadina, chiuse 14 anni fa dal governo. La popolazione avrebbe accolto i miliziani, che chiedono il rilascio di 400 detenuti.

Da mesi lo Yemen è scosso dalle proteste popolari, come accaduto in altri paesi arabi, che hanno portato alle dimissioni e alla fuga a Riyad dell’autoritario presidente Ali Abdullah Saleh. Nella situazione di forte instabilità politica che sta vivendo il Paese, si fanno strada anche i gruppi dell’integralismo islamico. Questi guerriglieri, che si fanno chiamare genericamente Ansar al-Sharia (partigiani dellasharia), avevano tra l’altro occupato l’estate scorsa la città di Zinjibar.

NIGERIA - Attacchi a Kano: anche una chiesa cattolica nel mirino

Ancora attentati in Nigeria e ancora un numero impressionante di morti.
Questa volta l'obbiettivo è stato la città di Kano nel Nord della Nigeria. 162 morti che vanno ad aggiungersi ai 37 morti della strage di Natale ad Abuja e i 24 morti dell'attentato alla sede delle Nazioni Unite di Agosto 2011. 
I colpevoli sono ancora i membri della setta Boko Haran, estremisti islamici che hanno rivendicato l'attentato e che non sembrano trovare ostacoli nel colpire chiunque non condivida il loro estremismo religioso.
La setta (così viene definita) Boko Haran è composta da fondamentalisti islamici e tenta di instaurare la Sharia, la legge islamica, in tutta la Nigeria.
La Nigeria, paese multietnico e multi religioso, è uno stato che sta cercando di uscire da una situazione di arretratezza molto diffusa. E' il primo produttore di petrolio dell'Africa ed è un paese che grazie all'attuale Governo, sta cercando di mettere in pratica riforme democratiche e sociali. 
Il problema del terrorismo integralista islamico è una piaga che affligge la Nigeria da anni ed è un freno a qualsiasi riforma in chiave democratica.
Max

AFRICA/NIGERIA - Attacchi a Kano: anche una chiesa cattolica nel mirino

Abuja (Agenzia Fides)-"Sto cercando di raggiungere per telefono Mons. John Namanza Niyiring, Vescovo di Kano ma le linee non funzionano" dice all'Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo di Jos, nella Nigeria centrale. Nella sera di ieri, 20 gennaio, a Kano, la principale città della Nigeria settentrionale, una serie di attacchi esplosivi coordinati e di assalti armati ha colpito diversi obiettivi, tra quali alcuni posti di polizia. 
"Ieri sera, ho parlato con il parroco della chiesa di Nostra Signore degli Apostoli che, al cellulare, mi ha detto che era costretto a nascondersi perché era sotto attacco. Ma le informazioni che abbiamo sono ancora frammentarie e stiamo cercando conferme. Le linee telefoniche sono interrotte, non so se per un problema tecnico o per altra causa. La situazione è ancora confusa. Vedremo come il governo reagirà a questo nuovo attacco" dice l'Arcivescovo di Jos.
Mons. Kaigama conferma a Jos stanno arrivano cristiani in fuga dallo Stato di Yobe (nord), a causa dei recenti attacchi dei membri della Boko Haram. "Siccome Jos è un'area dove i cristiani sono predominanti, queste persone giungono qui per riunirsi con amici e familiari".
Mons. Kaigama, sottolinea, ancora una volta, che "occorre vedere oltre all'aspetto religioso di questa crisi. Ogni volta che cristiani e musulmani vengono uccisi occorre ricordare che vi sono forze malvagie che manipolano la religione per i loro scopi". 
"Dobbiamo capire chi sono queste forze. Vi sono molteplici interessi che alimentano la tensione e la violenza in Nigeria. È incredibile come Boko Haram riesca a condurre attacchi via via più sofisticati e coordinati non solo contro la popolazione civile ma anche contro gli agenti dello Stato. Sono attacchi condotti in maniera molto efficiente e con precisione". "Per questo dobbiamo guardare oltre le apparenze: esistente una rete sofisticata che recluta persone, le addestra e le arma per condurre questo tipo di attacchi" conclude l'Arcivescovo. (L.M.) (Agenzia Fides 21/1/2012)


sabato 21 gennaio 2012

Quote of the day - Frase del giorno

La morte è l'unica certezza della vita.
Il quando, dove e come la morte giungerà 
sono le incognite che rendono la vita
degna di essere vissuta.
Max

venerdì 20 gennaio 2012

KOSOVO: Città serbe al voto per il governo di Pristina. - POLITICA

Città serbe al voto per il governo di Pristina. - POLITICA


Il 14 e il 15 febbraio i cittadini di Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan e Leposavic, quattro città a maggioranza serba finite sotto il controllo del Kosovo, sono chiamati a decidere se riconoscere le autorità centrali del nuovo governo. La consultazione è estremamente delicata e secondo i sondaggi è probabile che possa vincere il «no» destabilizzando l'intera regione e le difficili trattative tra Pristina e Belgrado.

Mentre i rappresentanti dei due Stati attendono di incontrarsi lunedì 23 gennaio in Consiglio europeo, non si fermano gli scontri sul confine tra Serbia e Kosovo, ma anche all'interno dei Paesi. Se il presidente kosovaro Hashim Thaci è infatti incalzato a destra da chi come il Movimento per l’autodeterminazione sogna la riunificazione del Kosovo all’Albania, anche il suo omologo serbo, Boris Tadic non sembra avere vita facile, visto che chiede addirittura l'intervento della Russa per riportare la zona sotto il controllo di Belgrado.

Mercoledì, 18 Gennaio 2012

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Ma che sorpresa! 
L'articolo riportato sopra da per probabile il non riconoscimento del governo di Pristina da parte dei Comuni del Nord del Kosovo. Secondo me il "no" è un risultato assolutamente scontato.

Non sapevo di questa consultazione elettorale, sui media passa con un profilo a dir poco basso, non fa comodo né alla NATO, né agli Stati Uniti, né alla Comunità Europea e tanto meno al governo di Pristina, certificare il non riconoscimento del governo kosovaro da parte di tutto il Nord. 
Cosa succederebbe se finalmente si desse voce alla verità, anziché all'ipocrisia che ha caratterizzato il trattamento della questione del Nord del Kosovo fino a questo momento?

Finalmente si dovrebbe prendere atto della realtà e ridisegnare i confini tra Serbia e Kosovo. Almeno questa sembrerebbe una decisione logica e doverosa. 

Per la Serbia è oramai ovvio di non essere benvenuta nella Comunità Europea senza riconoscere il Kosovo indipendente. Per contro è altrettanto ovvio che il riconoscimento del Kosovo è un'opzione impossibile nel panorama politico interno della Serbia. Sarebbe quindi normale per la Serbia, chiedere alla Russia di "dare una mano" per risolvere la questione del Nord. 

Visto che l'indipendenza kosovara sembra una via senza ritorno, per quanto illegale dal punto di vista del diritto internazionale, l'autodeterminazione dei Comuni serbi del Nord sarebbe un atto di giustizia dopo anni e anni di sofferenze, proteste e morti. 

La Russia in questi giorni si sta comunque facendo sentire. Tramite il Ministro degli Esteri Lavrov sta nuovamente chiedendo che l'indagine sul traffico di organi, che coinvolge le alte sfere del governo di Pristina, sia iniziata e portata a termine. 
Questo dovrebbe bastare a far capire che per la Russia, il Kosovo e soprattutto la Serbia, non sono finiti nel dimenticatoio, e che la Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite non è mai stata abrogata.

giovedì 19 gennaio 2012

Iran, the U.S. and the Strait of Hormuz Crisis | STRATFOR


Nonostante l'accuratezza della seguente analisi pubblicata da STRATFOR, credo che un attacco di qualche tipo all'Iran sia oramai difficile da scongiurare, Se il programma nucleare dell'Iran andasse in porto, gli attuali equilibri mondiali sarebbero da ridisegnare alla luce della nascita dell'ennesima potenza nucleare.


L'Iran diventerebbe di colpo la minaccia più prossima e reale all'esistenza dello stato di Israele. L'equilibrio raggiunto ad oggi sullo sfruttamento delle risorse petrolifere subirebbe un cambiamento dovuto alle nuove richieste iraniane fondate sulla sua nuova invulnerabilità, la sicurezza globale, così come viene concepita oggi, fondata sull'equilibrio raggiunto tra le superpotenze (ad eccezione dell'incognita Corea del Nord), andrebbe rivisto e rivalutato alla luce della nuova "Wild Card" Iran. 

La differenza di vedute tra il modello di democrazia occidentale e americano e il coinvolgimento religioso nella politica iraniana, intrisa di estremismo religioso, comporta un'altra ragione per cui l'elevazione dell'Iran al rango di superpotenza nucleare è assolutamente indesiderabile. L'Iran non sarebbe sicuramente un interlocutore relegabile ad un ruolo secondario e pretenderebbe il suo spazio decisionale, sicuramente non allineato alla mentalità occidentale.

In definitiva per queste e per molte altre ragioni di cui si potrebbe parlare a lungo, l'Iran non è considerato un interlocutore appetibile per le relazioni geopolitiche future e nel bilanciamento di forze mondiale, poiché non offre garanzie. 
Direi che ad oggi un intervento ai danni dell'Iran è assolutamente inevitabile, tutto sta nel capire come e quando l'intervento avverrà. 

La campagna mediatica di discredito nei confronti dell'Iran è iniziata da tempo ma non ha ancora raggiunto la sua apoteosi. Ciò significa che l'opinione pubblica mondiale non è ancora sufficientemente condizionata da accettare un attacco esplicito, in parte perché in un periodo di crisi economica come quello attuale, i popoli che conoscono il prezzo di una guerra non sono passivamente predisposti ad accettarla, accettando anche lo sforzo economico che costerebbe.

Le manovre militari nei mari del Golfo Persico sono in corso da tempo con l'assembramento di numerose unità navali americane. La potenza militare e dell'intelligence americana e alleata in Medio Oriente è più o meno nota a tutti, dopo i molti attacchi portati a compimento dai droni americani in Yemen e nel Corno d'Africa, contro obbiettivi terroristici.

L'avvicinarsi del periodo elettorale americano, potrebbe costituire un motivo di rinvio dell'attacco, in linea con l'operato di altre amministrazioni americane del passato. 
La guerra non è popolare soprattutto in un momento di crisi economica come quello attuale, una nuova guerra significherebbe nuove restrizioni e nuovi sacrifici, per contro significherebbe una sicura perdita di consensi e di voti. 

La paura di Israele per la propria incolumità come paese e la paura di una crisi energetica dovuta al diminuire del flusso del greggio dal medio oriente, potrebbero comunque forzare la mano e far scattare le operazioni in qualsiasi momento anche il meno propizio e senza il consenso dell'opinione pubblica, soprattutto con un intervento altamente tecnologico, capillare e rapido. 

La guerra lampo e l'intervento fulmineo sono concetti paventati anche in passato dalle precedenti amministrazioni americane, in particolare da George W. Bush ma mai riusciti nei tempi previsti. L'amministrazione Obama, che ha sviluppato un sistema di capacità operativa segreta o semi segreta in cooperazione stretta con l'intelligence, sistema che si avvale di procedure di "deployment" snelle, agendo arbitrariamente anche in paesi stranieri (un esempio per tutti l'omicidio Bin Laden in Pakistan), potrebbe verosimilmente realizzare quell'intervento lampo ed efficace agognato da sempre. 

Rimarrebbe in seguito da gestire l'impatto diplomatico a livello globale che avrebbe l'intervento in Iran, impatto da valutare altrettanto bene quanto l'intervento bellico stesso...

L'analisi che segue è tratta da STRATFOR e affronta le attuali dinamiche di tensione tra Stati Uniti ed Iran, inclusi i rapporti dell'Iran con altri paesi chiave quali Syria, Giappone, Cina e India e il ruolo di paesi vicini quali Iraq e Israele nei rapporti di forza mediorientali. 
Le future mosse di Iran e Stati Uniti potrebbero in effetti rappresentare gli episodi chiave del 2012.
Max


Iran, the U.S. and the Strait of Hormuz Crisis | STRATFOR
By George Friedman


The U.S.-Iranian Dynamic
The increasing tensions in the region are not unexpected. As we have argued for some time, the U.S. invasion of Iraq and the subsequent decision to withdraw created a massive power vacuum in Iraq that Iran needed -- and was able -- to fill. Iran and Iraq fought a brutal war in the 1980s that caused about 1 million Iranian casualties, and Iran's fundamental national interest is assuring that no Iraqi regime able to threaten Iranian national security re-emerges. The U.S. invasion and withdrawal from Iraq provided Iran an opportunity to secure its western frontier, one it could not pass on.

If Iran does come to have a dominant influence in Iraq -- and I don't mean Iran turning Iraq into a satellite -- several things follow. Most important, the status of the Arabian Peninsula is subject to change. On paper, Iran has the most substantial conventional military force of any nation in the Persian Gulf. Absent outside players, power on paper is not insignificant. While technologically sophisticated, the military strength of the Arabian Peninsula nations on paper is much smaller, and they lack the Iranian military's ideologically committed manpower.

But Iran's direct military power is more the backdrop than the main engine of Iranian power. It is the strength of Tehran's covert capabilities and influence that makes Iran significant. Iran's covert intelligence capability is quite good. It has spent decades building political alliances by a range of means, and not only by nefarious methods. The Iranians have worked among the Shia, but not exclusively so; they have built a network of influence among a range of classes and religious and ethnic groups. And they have systematically built alliances and relationships with significant figures to counter overt U.S. power. With U.S. military power departing Iraq, Iran's relationships become all the more valuable.

The withdrawal of U.S. forces has had a profound psychological impact on the political elites of the Persian Gulf. Since the decline of British power after World War II, the United States has been the guarantor of the Arabian Peninsula's elites and therefore of the flow of oil from the region. The foundation of that guarantee has been military power, as seen in the response to Iraq's invasion of Kuwait in 1990. The United States still has substantial military power in the Persian Gulf, and its air and naval forces could likely cope with any overt provocation by Iran.

But that's not how the Iranians operate. For all their rhetoric, they are cautious in their policies. This does not mean they are passive. It simply means that they avoid high-risk moves. They will rely on their covert capabilities and relationships. Those relationships now exist in an environment in which many reasonable Arab leaders see a shift in the balance of power, with the United States growing weaker and less predictable in the region and Iran becoming stronger. This provides fertile soil for Iranian allies to pressure regional regimes into accommodations with Iran.


The Syrian Angle

Events in Syria compound this situation. The purported imminent collapse of Syrian President Bashar al Assad's regime in Syria has proved less imminent than many in the West imagined. At the same time, the isolation of the al Assad regime by the West -- and more important, by other Arab countries -- has created a situation where the regime is more dependent than ever on Iran.

Should the al Assad regime -- or the Syrian regime without al Assad -- survive, Iran would therefore enjoy tremendous influence with Syria, as well as with Hezbollah in Lebanon. The current course in Iraq coupled with the survival of an Alawite regime in Syria would create an Iranian sphere of influence stretching from western Afghanistan to the Mediterranean. This would represent a fundamental shift in the regional balance of power and probably would redefine Iranian relations with the Arabian Peninsula. This is obviously in Iran's interest. It is not in the interests of the United States, however.

The United States has sought to head this off via a twofold response. Clandestinely, it has engaged in an active campaign of sabotage and assassination targeting Iran's nuclear efforts. Publicly, it has created a sanctions regime against Iran, most recently targeting Iran's oil exports. However, the latter effort faces many challenges.

Japan, the No. 2 buyer of Iranian crude, has pledged its support but has not outlined concrete plans to reduce its purchases. The Chinese and Indians -- Iran's No. 1 and 3 buyers of crude, respectively -- will continue to buy from Iran despite increased U.S. pressure. In spite of U.S. Treasury Secretary Timothy Geithner's visit last week, the Chinese are not prepared to impose sanctions, and the Russians are not likely to enforce sanctions even if they agreed to them. Turkey is unwilling to create a confrontation with Iran and is trying to remain a vital trade conduit for the Iranians regardless of sanctions. At the same time, while the Europeans seem prepared to participate in harder-hitting sanctions on Iranian oil, they already have delayed action on these sanctions and certainly are in no position politically or otherwise to participate in military action. The European economic crisis is at root a political crisis, so even if the Europeans could add significant military weight, which they generally lack, concerted action of any sort is unlikely.

Neither, for that matter, does the United States have the ability to do much militarily. Invading Iran is out of the question. The mountainous geography of Iran, a nation of about 70 million people, makes direct occupation impossible given available American forces.

Air operations against Iran are an option, but they could not be confined to nuclear facilities. Iran still doesn't have nuclear weapons, and while nuclear weapons would compound the strategic problem, the problem would still exist without them. The center of gravity of Iran's power is the relative strength of its conventional forces in the region. Absent those, Iran would be less capable of wielding covert power, as the psychological matrix would shift.

An air campaign against Iran's conventional forces would play to American military strengths, but it has two problems. First, it would be an extended campaign, one lasting months. Iran's capabilities are large and dispersed, and as seen in Desert Storm and Kosovo against weaker opponents, such operations take a long time and are not guaranteed to be effective. Second, the Iranians have counters. One, of course, is the Strait of Hormuz. The second is the use of its special operations forces and allies in and out of the region to conduct terrorist attacks. An extended air campaign coupled with terrorist attacks could increase distrust of American power rather than increase it among U.S. allies, to say nothing of the question of whether Washington could sustain political support in a coalition or within the United States itself.


The Covert Option

The United States and Israel both have covert options as well. They have networks of influence in the region and highly capable covert forces, which they have said publicly that they would use to limit Iran's acquisition of nuclear weapons without resorting to overt force. We assume, though we lack evidence, that the assassination of the Iranian chemist associated with the country's nuclear program last week was either a U.S. or Israeli operation or some combination of the two. Not only did it eliminate a scientist, it also bred insecurity and morale problems among those working on the program. It also signaled the region that the United States and Israel have options inside Iran.

The U.S. desire to support an Iranian anti-government movement generally has failed. Tehran showed in 2009 that it could suppress demonstrations, and it was obvious that the demonstrators did not have the widespread support needed to overcome such repression. Though the United States has sought to support internal dissidents in Iran since 1979, it has not succeeded in producing a meaningful threat to the clerical regime. Therefore, covert operations are being aimed directly at the nuclear program with the hope that successes there might ripple through other, more immediately significant sectors.

As we have long argued, the Iranians already have a "nuclear option," namely, the prospect of blockading the Strait of Hormuz, through which roughly 35 percent of seaborne crude and 20 percent of the world's traded oil passes daily. Doing so would hurt them, too, of course. But failing to deter an air or covert campaign, they might choose to close off the strait. Temporarily disrupting the flow of oil, even intermittently, could rapidly create a global economic crisis given the fragility of the world economy.

The United States does not want to see that. Washington will be extremely cautious in its actions unless it can act with a high degree of assurance that it can prevent such a disruption, something difficult to guarantee. It also will restrain Israel, which might have the ability to strike at a few nuclear facilities but lacks the force to completely eliminate the program much less target Iran's conventional capability and manage the consequences of that strike in the Strait of Hormuz. Only the United States could do all that, and given the possible consequences, it will be loathe to attempt it.

The United States continues, therefore, with sanctions and covert actions while Iran continues building its covert power in Iraq and in the region. Each will try to convince the region that its power will be supreme in a year. The region is skeptical of both, but will have to live with one of the two, or with an ongoing test of wills -- an unnerving prospect. Each side is seeking to magnify its power for psychological effect without crossing a red line that prompts the other to take extreme measures. Iran signals its willingness to attempt to close Hormuz and its development of nuclear weapons, but it doesn't cross the line to actually closing the strait or detonating a nuclear device. The United States pressures Iran and moves forces around, but it doesn't cross the red line of commencing military actions. Thus, each avoids triggering unacceptable actions by the other.

The problem for the United States is that the status quo ultimately works against it. If al Assad survives and if the situation in Iraq proceeds as it has been proceeding, then Iran is creating a reality that will define the region. The United States does not have a broad and effective coalition, and certainly not one that would rally in the event of war. It has only Israel, and Israel is as uneasy with direct military action as the United States is. It does not want to see a failed attack and it does not want to see more instability in the Arab world. For all its rhetoric, Israel has a weak hand to play. The only virtue of the American hand is that it is stronger -- but only relatively speaking.

For the United States, preventing the expansion of an Iranian sphere of influence is a primary concern. Iraq is going to be a difficult arena to stop Iran's expansion. Syria therefore is key at present. Al Assad appears weak, and his replacement by a Sunni government would limit -- but not destroy -- any Iranian sphere of influence. It would be a reversal for Iran, and the United States badly needs to apply one. But the problem is that the United States cannot be seen as the direct agent of regime change in Syria, and al Assad is not as weak as has been claimed. Even so, Syria is where the United States can work to block Iran without crossing Iran's red lines.

The normal outcome of a situation like this one, in which neither Iran nor the United States can afford to cross the other's red lines since the consequences would be too great for each, would be some sort of negotiation toward a longer-term accommodation. Ideology aside -- and the United States negotiating with the "Axis of Evil" or Iran with the "Great Satan" would be tough sells to their respective domestic audiences -- the problem with this is that it is difficult to see what each has to offer the other. What Iran wants -- a dominant position in the region and a redefinition of how oil revenues are allocated and distributed -- would make the United States dependent on Iran. What the United States wants -- an Iran that does not build a sphere of influence but instead remains within its borders -- would cost Iran a historic opportunity to assert its longstanding claims.

We find ourselves in a situation in which neither side wants to force the other into extreme steps and neither side is in a position to enter into broader accommodations. And that's what makes the situation dangerous. When fundamental issues are at stake, each side is in a position to profoundly harm the other if pressed, and neither side is in a position to negotiate a broad settlement, a long game of chess ensues. And in that game of chess, the possibilities of miscalculation, of a bluff that the other side mistakes for an action, are very real.

Europe and China are redefining the way the world works. But kingdoms run on oil, as someone once said, and a lot of oil comes through Hormuz. Iran may or may not be able to close the strait, and that reshapes Europe and China. The New Year thus begins where we expected: at the Strait of Hormuz.

mercoledì 18 gennaio 2012

Il Sale della TV

Ma cosa sarebbe la televisione senza tragedie come quella della Costa Concordia? Senza fatti di sangue come quello di Iara Gambirasio o di Sara Scazzi?
Di cosa si parlerebbe nei tanti talk show di approfondimento?
Oggi , ma anche ieri e il giorno prima, su tutti i canali si è parlato solo tragedia dell'Isola del Giglio e delle colpe del capitano della nave. Tutti hanno trasmesso e ritrasmesso una telefonata (due a dire il vero) tra un ammiraglio della Capitaneria di Porto di Livorno e il capitano della nave Schettino. 
Proprio Schettino che per quanto impreparato a fronteggiare l'emergenza, per quanto codardo da abbandonare la nave per primo, in TV è già stato condannato come l'unico e il solo responsabile della tragedia. 

Come al solito per i TG e i programmi di approfondimento il processo che ci sarà, sarà una semplice formalità, tutti hanno già espresso la propria sentenza di colpevolezza. Il capitano Schettino è da oggi agli arresti domiciliari. Questa notizia ha fatto scalpore su tutti i giornali. Ha fatto scalpore perché la maggioranza delle persone lo vorrebbero vedere in galera, ma se approfondiamo un po' possiamo facilmente capire che Schettino è stato compiutamente identificato, non c'è pericolo di fuga, non c'è pericolo di reiterazione del reato (chi gli darebbe in mano una nave in questo momento?), quindi perché tenerlo in galere già sovraffollate? Può stare chiuso in casa, in fin dei conti il regime degli arresti domiciliari lo tiene lontano dal fare altri danni. 
In galera mettiamocelo pure... ma dopo la condanna!

Per adesso domandiamoci come hanno fatto quelle telefonate con la capitaneria di porto a finire in TV, chi sa chi ci ha guadagnato sopra?
Ad ogni modo, grande odiens su tutti i canali con la tragedia della Costa Concordia, alcuni giornalisti hanno addirittura riciclato filmati che con la tragedia del Giglio non centrano niente ma che hanno passato in TV come girati sulla nave da crociera. 

Per qualche giorno sono comunque diminuite le trasmissioni sull'omicidio di Avetrana che ha totalizzato più puntate di Beautiful e ha come protagonisti personaggi ancora più squallidi di quelli della Soap Opera. 
Grazie alla TV rischia di diventare famosa anche Erica, la ragazzina di Novi Ligure che ha ucciso mamma e fratello qualche anno fa e che ha già scontato la sua pena (lei era stata condannata alla fine del processo). 

Ad oggi ci ritroviamo con "Cento Vetrine" in prima serata e "Appuntamento con la Storia" a notte fonda, così per fare un esempio... Questo la dice lunga sulla qualità che offre la TV.

E dire che tra spot pubblicitari e canone RAi, questa TV la paghiamo proprio noi...

Concluderei cercando di trovare un lato positivo in questo modo di fare ascolti spacciandolo per informazione... ma non riesco a trovarlo.
Si può comunque affermare che... finché ci saranno tragedie, la TV non conoscerà crisi, purché continui a "vendere" luoghi comuni e a dire cose che la gente vuole sentire, anziché notizie. 

domenica 15 gennaio 2012

Kosovo: nulla di nuovo, solo nuovi scontri

Anno nuovo e scontri nuovi alle frontiere del Kosovo. In effetti qualche novità c'è. Adesso non si tratta di scontri tra la minoranza serba del Nord e le prese di posizioni arbitrarie dei governanti albanesi con supporto di NATO e EULEX, in questo momento c'è il movimento politico Vetevendosje, (o autodeterminazione) che pensa a buttare benzina sul fuoco.

Come sempre dovremmo dire, dal momento che le opinioni del movimento capeggiato da Albin Kurti, parlamentare del parlamento kosovaro, sono sempre sfociate in manifestazioni di piazza, vistose e violente, come quelle del 2006 a Pristina che costarono la vita a due manifestanti, come quelle del 2008 con sacchi di spazzatura lanciati dentro il quartier generale della Nazioni Unite a Pristina, come tutti i veicoli pagati dalla Comunità Europea che i manifestanti di Vetevendosje hanno letteralmente distrutto in manifestazioni di piazza o con sistematici atti vandalici. 

Il movimento di autodeterminazione chiede cose riconducibili a concetti semplici. Per loro i kosovari albanesi hanno diritto a tutto, dovrebbero poter fare tutto ciò che vogliono senza rendere conto a nessuno. Dovrebbero essere liberi addirittura di dare vita alla così detta "grande Albania", dimenticando che per la maggior parte dei paesi del mondo il Kosovo fa parte della Serbia;
liberi di accusare le Nazioni Unite dei loro problemi attuali, dimenticando che grazie alle Nazioni Unite, per adesso il Kosovo si amministra da solo;
liberi di cacciare la NATO dal territorio del Kosovo, dimenticando che l'attuale, insensata autonomia, è garantita esclusivamente dalla presenza militare internazionale;
liberi di criticare e cacciare le missioni della Comunità Europea, dimenticando che solo grazie all'EU ricevono milioni di Euro che puntualmente finiscono in fumo nel nulla del Kosovo;
liberi di bloccare l'importazione di prodotti dalla Serbia, dimenticando che tutta la popolazione preferisce prodotti serbi a generi alimentari prodotti in Kosovo senza regole o con materie prime scadenti.

Albin Kurti sa parlare di diritti e di autodeterminazione, ma in anni di attività del suo movimento, non l'ho mai sentito parlare di doveri verso la comunità internazionale, verso le minoranze del Kosovo, verso "il prossimo".

Vetevendosje, nato come movimento studentesco di contestazione verso "tutto", ha fatto un passo avanti poiché ad oggi non è più un movimento parapolitico ma una presenza politica effettiva che è rappresentata nel parlamento del Kosovo. 

Ciò che gli manca del tutto è la responsabilità politica. Il movimento agisce ancora come un gruppo di teppisti che non porta nulla di buono al Kosovo, né soluzioni costruttive agli infiniti problemi, alimentando le tensioni con scontri e proteste, né credibilità internazionale, anche se con la Comunità Europea tutto sembra possibile o credibile.

Ho letto su qualche articolo, che tratta dei recenti scontri alla frontiera di Merdare tra Kosovo e Serbia, che Vetevendosje (autodeterminazione) è un gruppo parapolitico di estrema destra. 
Questo è assolutamente sbagliato. Vetevendosje è un movimento politico dal momento che ha rappresentanti in parlamento, tra cui il proprio leader. Non ha nulla a che vedere con filosofie di "destra" poiché predilige proteste e scioperi al dialogo politico, predilige il protezionismo e l'isolamento al dialogo e alla partecipazione, sventola la bandiera rossa albanese anziché la bandiera blu e gialla del Kosovo indipendente.

giovedì 12 gennaio 2012

"Falling Slowly"- Once

Falling Slowly 

video

ONCE, film musicale irlandese del 2006. 
Il film fu girato con meno 150.000 Euro. 
Nonostante il basso costo è un bel film.
I brani, compreso "Falling Slowly", sono stati scritti dagli stessi attori interpreti del film,
Glen Hansard e Marketa Irglova.


martedì 10 gennaio 2012

Tollerance and Acceptance

I received the following from a friend of mine.
It's a statement of the Australian Prime Minister. The statement was released a few days ago. It's about muslim immigrants in Australia or better it's about the behavour of some of them regarding our traditions, our religion and our way of living. It's not offending anybody, it's just saying what every government should say to people that want to live and settle in our countries...

Italy should just use it as an example to deal with immigration issues.. 
In and in Europe we are seriously talking about removing the cross from the walls of our schools to show respect for immigrants believing in a different God, forgetting our traditions and history. 

What kind of respect, our Government pays to its own people forgetting about its own traditions and the foundations of its own community?
Respect for immigrants doen't mean giving up what we are and adjust to everybody's requests.

Immigrants are coming in our countries to find better living conditions compared to their own countries of origin. The better conditions they find here were created because of our colture, our society and our rules.

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Prime Minister Julia Gillard - Australia:

Muslims who want to live under Islamic Sharia law were told on Wednesday to get out of Australia, as the government targeted radicals in a bid to head off potential terror attacks. 

Separately, Gillard angered some Australian Muslims on Wednesday by saying she supported spy agencies monitoring the nation's mosques. Quote: 'IMMIGRANTS, NOT AUSTRALIANS, MUST ADAPT... Take It Or Leave It. I am tired of this nation worrying about whether we are offending some individual or their culture. Since the terrorist attacks on Bali , we have experienced a surge in patriotism by the majority of Australians.' 

'This culture has been developed over two centuries of struggles, trials and victories by millions of men and women who have sought freedom.' 

'We speak mainly ENGLISH, not Spanish, Lebanese, Arabic, Chinese, Japanese, Russian, or any other language. Therefore, if you wish to become part of our society, learn the language!' 

'Most Australians believe in God. This is not some Christian, right wing, political push, but a fact, because Christian men and women, on Christian principles, founded this nation, and this is clearly documented. It is certainly appropriate to display it on the walls of our schools. If God offends you, then I suggest you consider another part of the world as your new home, because God is part of our culture.' 

'We will accept your beliefs, and will not question why. All we ask is that you accept ours, and live in harmony and peaceful enjoyment with us.' 

'This is OUR COUNTRY, OUR LAND, and OUR LIFESTYLE, and we will allow you every opportunity to enjoy all this. But once you are done complaining, whining, and griping about Our Flag, Our Pledge, Our Christian beliefs, or Our Way of Life, I highly encourage you take advantage of one other great Australian freedom, 'THE RIGHT TO LEAVE'.' 

'If you aren't happy here then LEAVE. We didn't force you to come here. You asked to be here. So accept the country YOU accepted.'

lunedì 9 gennaio 2012

Pink Floyd "Empty Spaces" - From the movie "The Wall"

The Pink Floyd..  ladies and gentlemen !!!


Il brano è Empty Spaces, contenuto nell'album e nel film The Wall.
Questo video, con le suggestive e pungenti animazioni del fumettista inglese Gerald Scarfe, è tratto dal film The Wall del 1982.

Il film è la trasposizione video dell'album The Wall. Progetto fortemente voluto dall'allora leader del gruppo Roger Waters, racconta la storia della rock star Pink nel suo percorso di successo e di alienazione dal mondo. Pink è interpretato magistralmente dal cantante e attore irlandese Bob Geldof, attraverso le canzoni e la musica dei Pink Floyd. 

Il personaggio protagonista Pink, popolare rock star, nonostante il successo subisce le conseguenze della droga e di un rapporto di incomprensione con la moglie, situazione aggravata da un'infanzia segnata dalla perdita del padre durante la seconda guerra mondiale, dall'affetto morboso della madre e da un rapporto di incompatibilità con il sistema scolastico del tempo.
Ognuno di questi problemi rappresentano un mattone che va ad innalzare il muro dell'alienazione di Pink nei confronti del mondo esterno.

Pink racchiude in se tratti autobiografici di Waters, oltre a chiari riferimenti agli ultimi anni di attività e di vita del leader storico del gruppo Syd Barrett.

Il film diretto da Alan Parker, fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes.

sabato 7 gennaio 2012

Natale Ortodosso

Nella tradizione della Chiesa Ortodossa, la nascita di Gesù non si festeggia il 25 Dicembre come nella tradizione Cattolica ma il 7 di Gennaio. Questo a causa del fatto che la Chiesa Ortodossa segue ancora il calendario Giuliano e non quello Gregoriano introdotto da Gregorio XIII nel 1582 per ovviare ad un piccolo errore di calcolo scoperto nel precedente modo di scandire i giorni dell'anno.

Nella tradizione Cristiana Ortodossa i simboli del Natale non sono né l'albero, simbolo di rinnovamento  riconducibile a tradizioni pagane precedenti al medioevo, poi assimilato dal cristianesimo, né il presepe che fu introdotto da San Francesco d'Assisi. 
Oltre alle icone, raffigurazioni sacre tipiche della Chiesa Ortodossa, durante il periodo natalizio le chiese vengono addobbate con delle ghirlande. 

La religione Cristiana Ortodossa è particolarmente diffusa nei paesi est europei, Russia, Ukraina, Bielorussia, Grecia e tutti i paesi balcanici tra i quali la Serbia, la cui tradizione ortodossa trova le proprie origini e fondamenta nei monasteri della regione del Kosovo i Metohija (oggi dichiaratosi stato indipendente), in particolare negli antichi Monasteri di Pec e Decane.

venerdì 6 gennaio 2012

La Befana...


La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte,
porta un sacco pien di doni
da regalare ai bimbi buoni.

giovedì 5 gennaio 2012

Ma.. lo sapevi.. quanto è stato difficile essere un bambino nel 2011?

In Colombia nel 2011 sono stati assassinati 117 bambini, 65 dei quali uccisi da armi da fuoco?

La notizie non sembra essere della propaganda americana, ma sembra arrivare da fonti con meno interessi diretti e/o indiretti in Colombia, quindi più attendibile.

Delle 117 vittime:
41 erano sotto i 5 anni;
48 erano ragazze;
67 erano ragazzi;
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In Somalia il tasso di mortalità infantile è di 1 nuovo nato su 5 che non arriverà a 5 anni (20%).

Il 70% della popolazione non ha accesso all'acqua;
750.000 persone rischiano di morire di fame e malattie varie;
Molte di più rischiano di morire a causa del conflitto interno;
Dal 1991, in Somalia non c'è un governo funzionante.
Fonte: www.fides.org.
Link all'articolo: (clicca qui)
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In Vietnam nel 2011 un bambino su 4, di età inferiore a 5 anni, non ha avuto la possibilità di bere latte; (fonte)

Da anni, svariate centinaia di bambini vietnamiti sono vittime della tratta di esseri umani verso l'Europa, sfruttati per lavoro o ridotti in schiavitù. Di molti dei bambini trafficati non si sa più nulla.  (fonte)
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In Afghanistan, solo il 16% dei parti è assistito da personale qualificato;

Statisticamente ogni madre afghana va incontro alla perdita di un figlio (almeno uno) nell'arco della vitao, durante il parto o durante i primi 4 anni di vita del bambino . (fonte)

Il 59% dei bambini che sopravvivono cresce con qualche menomazione fisica o mentale a causa della malnutrizione infantile. (fonte)
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In Sud Sudan, i bambini vivono in condizioni tra le più povere al mondo.
Statisticamente 1 bambino su 7 non arriverà all'età di 5 anni, principalmente a causa di malattie e malnutrizione. (fonte)

Il 70% dei bambini in età scolare non ha accesso all'istruzione.
Secondo l'UNICEF, le condizioni di sicurezza per i bambini nel Sud Sudan sono tra le peggiori al mondo. (fonte)

Il fenomeno dei bambini soldato è ancora molto frequente come denunciato da molte fonti informative.
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In molti, troppi altri paesi del mondo la situazione è simile. Essere bambini nel 2011 non è stato affatto un compito facile in molti stati africani, del Sud Est asiatico, del Medio Oriente e anche in tutti i paesi che escono dalle "guerre di pace" volute da NATO & C.

Altre fonti:
Save the Children: State of the World's Mothers 2011  
UNICEF: Condizioni dell'infanzia nel mondo 2011

martedì 3 gennaio 2012

Somalia: anno nuovo, problemi vecchi e lontani dall'essere risolti

Problemi vecchi quelli che riguardo la Somalia, e le notizie sono sempre le stesse: gente che muore di fame nella crisi umanitaria di proporzioni più vaste al mondo. 

Ma non solo, c'è sempre il Governo Transitorio che non riesce o non vuole governare in modo efficace, i terroristi di Al-Shabaab legati ad Al-Qaeda che sono sin troppo efficaci con attentati esplosivi e ostacolo agli aiuti umanitari, l'operato delle Nazioni Unite che costa un mare di soldi e non è assolutamente efficace né da un punto di vista politico, né sotto il profilo umanitario, tanto meno dal punto di vista militare.

Speriamo che, chi si propone o si vanta di voler risolvere la crisi umanitaria della Somalia, o esiste istituzionalmente per adempiere a questo medesimo scopo, riesca a mettere in pratica i buoni propositi che si fanno sempre all'inizio dell'anno nuovo.

La crisi della Somalia sta affliggendo migliaia di persone da troppo tempo. Se è vero il detto "anno nuovo, vita nuova", sarebbe l'ora di smettere con mezze misure istituzionali messe in campo dall'ONU, per iniziare ad analizzare il problema in vista di una soluzione definitiva. Prima di tutto con un governo riconosciuto ed efficace, che non si preoccupi solo di mantenere l'attuale stato delle cose per continuare a ricevere soldi sotto forma di aiuti umanitari o aiuti alle istituzioni fittizie.

E' ora che in Somalia la gente smetta di morire di fame, e questo è possibile solo con istituzioni sane che abbiano a cuore la popolazione e non interessi economici basati sull'assistenzialismo e i propri guadagni personali. 
Max
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AFRICA/SOMALIA - L'emergenza fame è ancora lontana dall'essere risolta

Mogadiscio (Agenzia Fides) - Il Primo Ministro somalo nega che la popolazione di Mogadiscio stia morendo di fame, contraddicendo le Nazioni Unite e il triste panorama dei campi sempre più affollati di persone malnutrite. Dopo anni di guerra civile e stagioni di siccità, le Nazioni Unite nel mese di luglio 2011 hanno dichiarato lo stato di carestia in 3 zone della Somalia controllate dal gruppo islamico Al Shabaab, alleato di Al Qaeda, che è in contrasto con il Transitional Federal Government (TFG), e aveva bloccato l'accesso a molte agenzie umanitarie occidentali. Dal mese di settembre la carestia si è diffusa in altre 3 aree del paese, decine di migliaia di persone sono morte e altre 750 mila vivono la fame. Tuttavia lo scorso mese di dicembre gli aiuti umanitari e le piogge avevano iniziato a migliorare la situazione in alcune parti ma non nei campi profughi, pieni di gente disperata e affamata. 
A Mogadiscio ci sono oltre 300 campi che ospitano 185 mila sfollati, altre 18 mila persone indigenti e poverissime vivono in rifugi ricoperti di teli di plastica e cartoni nel villaggio di Maajo, dove il governo non è mai intervenuto. Costernati dai commenti del Primo Ministro, gli operatori umanitari a Mogadiscio dicono che le cose vanno migliorando ma l'emergenza è ancora lontana dall'essere risolta. Secondo il Somali Relief, Rehabilitation and Development Organisation (SORRDO), nel mese di agosto 2011 c'erano molti casi di malnutrizione acuta e, anche se la situazione è lievemente migliorata, emergono ogni giorno nuovi casi. Nel centro gestito dall'organizzazione, i neonati vengono pesati per determinare il loro livello di malnutrizione. Sacchi di generi alimentari sono stati distribuiti tramite il Programma Alimentare Mondiale (PAM). E' stata allestita una cucina all'aperto con decine di enormi calderoni di stagno che offrono polenta e zuppa a 6 mila persone che ogni giorno si mettono in fila. Secondo le Nazioni Unite si tratta della crisi umanitaria più grave del mondo. (AP) (02/01/2012 Agenzia Fides)