"Qui passo gli anni, abbandonato, oscuro, senz'amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de' malevoli divengo: qui di pietà mi spoglio e di virtudi, e sprezzator degli uomini divengo..." (G. Leopardi)

domenica 30 ottobre 2011

Quote of the day - Frase del giorno

Ogni qualvolta muore un uomo, 
è un universo intero a venire distrutto. 
Ce ne rendiamo conto non appena ci identifichiamo 
con quell'uomo.
- - - -
Whenever a man dies,
is a whole universe to be destroyed.
We realize it as soon as we identify
with the man.
Karl Popper
Filosofo

venerdì 28 ottobre 2011

Syria: morti, feriti, un dittatore incontrastato al potere e nessuna misura internazionale

Leggere le agenzie stampa di questi giorni è come leggere un romanzo di guerra. La differenza è che le agenzie stampa riportano fatti veri, gente che muore realmente, tragedie immani per le quali non c'è rimedio.
A differenza di un romanzo sembra che nella realtà non ci sia né giustizia, né lieto fine.

In Syria quest'oggi si è svolto l'ennesimo episodio di proteste in strada per la democrazia e l'ennesima repressione nel sangue da parte delle forze regolari siriane.

35 morti, oltre 100 feriti e 500 manifestanti arrestati. Tra i morti c'è anche un bambino di 15 anni. Questo è il bilancio odierno che va ad unirsi alle stragi del 6 Maggio con 36 morti e del 22 Aprile con 72, un record!

Il dittatore siriano, il Presidente Bashir Al-Assad continua imperterrito a mietere vittime nel suo popolo, incontrastato e senza che nessuno prenda qualche tipo di misura nei suoi confronti. 

Per prime le Nazioni Unite, lo stereotipo della giustizia, della democrazie, dell'uguaglianza e dei diritti umani. L'ente supremo preposto a risolvere i problemi con il dialogo, sfortunatamente diretto e gestito da pochi paesi, guarda caso proprio i più aggressivi e armati del mondo. Le Nazioni Unite che proprio in situazioni come quelle della Syria non sa da che parte iniziare e cosa fare. 
Meglio così che prendere un'altra triste decisione come quella della Libya!

Eppure... chi sa che cosa farebbero il Premio Nobel per la Pace Barak Obama e il vendicatore Sarkozy, se solo la Syria non fosse così vicina all'Iran e ancora di più ad Israele? Chi sa che fine farebbe Bashir se solo si potesse approfittare delle risorse siriane. 

Il popolo siriano...? No, il popolo siriano è come quello libico agli occhi dell'occidente, non conta e non ci interessa, ci interessa solo un presidente, o un dittatore, o un leader, che appoggi la politica americana e che svenda le risorse naturali in cambio di un sacco di soldi... per se ovviamente, non per il popolo.

Basterebbe solo sostituire Bashir con un altro dittatore più incline a prostrarsi alle richieste dei paesi occidentali. Basterebbe una risoluzione dell'ONU che istituisse una "no-fly zone" sulla Syria... e via al carosello degli aerei francesi, inglesi, americani e... aimè anche italiani. 

Rimane pur sempre l'Iran, che ad oggi in Medio Oriente fa la parte del leone e sta li a guardare gli sviluppi e ad aspettare che qualcuno commetta un passo falso.

Situazione complicata quella siriana, troppo complicata e poche risorse da depredare per metterci le mani con qualche scusa... è meglio che continuino a morire decine di siriani, tanto di quelli non interessa niente a nessuno...

...Ed è tristemente vero che del popolo siriano non interessa niente a nessuno, tanto che i telegiornali italiani non hanno neppure dato la notizia dei morti di oggi, se non in alcuni casi in modo estremamente marginale. Nessun approfondimento sulla situazione siriana, niente. Per la TV italiana, in Syria sembra essere "tutto a posto". Per adesso non c'è nessuna scusa da inventare per giustificare un'aggressione alla Syria, non c'è bisogno, per ora, di fomentare l'opinione pubblica a favore di una nuova guerra e le notizie di morti e feriti che arrivano dalla Syria non vanno evidentemente di moda...

giovedì 27 ottobre 2011

Una serata a teatro

PROMESSI ...ma Sposi?
Una simpatica rivisitazione dei "Promessi Sposi" del Manzoni in chiave ironica, 
con l'aggiunta di personaggi buffi e scene tratte da altre storie.
Bella musica e bella interpretazione della Compagnia "Amici per la Musica".

Il ricavato della serata è stato devoluto alla ASROO, 
Associazione Scientifica Retinoblastoma ed Oncologia Oculare.

mercoledì 26 ottobre 2011

Gheddafi - Ultimo messaggio all'Italia

"Caro Silvio,
ti faccio pervenire questa lettera per il tramite di tuoi concittadini, venuti in Libia per portarci il loro sostegno in un momento così difficile per il popolo della Grande Giamahiriya.
Sono rimasto sorpreso dall’atteggiamento d’un amico con cui avevo già siglato un trattato d’amicizia favorevole ai rispettivi popoli. Avrei sperato, da parte tua, che almeno t’interessassi ai fatti e tentassi una mediazione, prima di dare il tuo sostegno a questa guerra.
Non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so bene che non eri favorevole a quest’azione nefasta, che non fa onore né a te né al popolo italiano.
Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l’interesse dei nostri due popoli.
Stai certo che io ed il mio popolo siamo disposti a voltare e dimenticare questa pagina nera nelle relazioni privilegiate che legano il popolo libico e il popolo italiano.
Ferma i bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici ed i nostri figli. Parla con i tuoi amici ed alleati affinché cessino quest’aggressione contro il mio paese.

Spero che Dio onnipotente ti guidi sul cammino della giustizia."
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Questo è l'ultimo messaggio di Gheddafi al paese che gli è stato più amico negli ultimi anni... l'Italia.

Queste parole sono state scritte da un uomo che ha mantenuto fede ai suoi ideali fino alla morte.
Ideali di una Libya svincolata dalla schiavitù dei paesi colonialisti europei e neo colonialisti americani. Fautore e teorico di un'Africa unita negli intenti, padrona delle proprie risorse e consapevole dei propri mezzi.

Queste sono le ultime parole di un uomo che neanche in morte sembra meritare né un funerale, né una parola che lo accompagni davanti al giudizio divino.

Nessuno, nemmeno la peggiore delle creature della terra può meritare questo tipo di commiato, nessuno può aver fatto tanto male in vita da meritare di essere maledetto dagli uomini anche in morte. 

Il comportamento del popolo libico verso Gheddafi è il comportamento di uno sciacallo che si avventa sulla preda uccisa o ferita da altri e ben più grandi predatori, la NATO.

Come può un essere umano, credente in Dio o in un Dio, oppure non credente affatto,  accanirsi verso il cadavere inerme di un essere umano giustiziato con un colpo di pistola alla testa?

Come possono i nostri governi fomentare la campagna mediatica di demonizzazione nei confronti del nome e della memoria di Gheddafi, al solo scopo di giustificare il suo omicidio atroce e senza processo?

Sin da piccolo sono stato educato ai principi alla giustizia, al rispetto della legge. Sin da piccolo ho appreso che non si giustizia nessuno SENZA PROCESSO e che per quanto colpevole, nessuno può essere ucciso, perché nessuna autorità di nessun governo dona la vita e nessuna legge di nessuno Stato ha il diritto di toglierla.

Con l'uccisione feroce di Gheddafi da parte delle belve che gli si sono scagliate contro e tutta l'euforia che la morte di un uomo sta generando in questi giorni, i principi di giustizia e legalità con cui sono cresciuto, si trovano ora a vacillare.

Trovando una falsa scusa, che con la dovuta pubblicità mediatica diventa credibile e giustificabile, si può commettere qualsiasi crimine, con la certezza di non essere giudicati.

Continuo comunque a credere che, con l'aiuto dei mass media, si riesca ad eludere la giustizia terrena, ma il giudizio divino non si basa su ciò che scrive il giornale o ciò che dice la televisione, al giudizio divino nessuno può sfuggire. 

Non si sa quando... ma prima o poi, il giudizio divino arriva per tutti.  
Max

martedì 25 ottobre 2011

Giordani Bruno Guerri storico, alle prese con la propria storia

Giordano Bruno Guerri è un giornalista e uno scrittore e storico autorevole, docente di storia contemporanea all'Università Guglielmo Marconi di Roma. 

Ciò che non sapevo è che Giordano Bruno Guerri è nato a Iesa in Provincia di Siena. 

In questo breve racconto Giordano Bruno Guerri parla della propria famiglia e della vita nel piccolo paese della Toscana negli anni '50 e '60, ripercorrendo i primi anni della sua vita e del rapporto con i suoi cari, ambientato in una realtà di campagna che ai giorni nostri non è poi così cambiata rispetto a 50 anni fa..

lunedì 24 ottobre 2011

Marco Simoncelli

E' corso via da questa vita Marco Simoncelli, pilota e campione del Moto Mondiale.

Chi sa se aveva mai pensatoin uno dei tanti momenti prima di scendere in pista, che potesse succedere una cosa simile?

O forse è proprio l'adrenalina che si genera nel sapere di giocarsi tutto che fa di un pilota un grande campione?

Addio numero 58, 


lasci tutto a 24 anni e ti porti con te momenti di corse esaltanti, di duelli e di vittorie...

... oltre alla simpatia e alle battute scherzose che ti caratterizzavano  sempre.

Max

venerdì 21 ottobre 2011

E' morto Gheddafi...

E' morto Gheddafi, il "demone" al potere in Libia da 42 anni.
E' morto Gheddafi trucidato dai ribelli, dal governo transitorio e dai paesi occidentali che hanno fomentato la ribellione libica.
E' morto Gheddafi durante le operazioni militari per la conquista di Sirte e il suo corpo portato in trionfo in mezzo alla folla.
E' morto Gheddafi e con la sua morte si rivivono scene da altri tempi. Scene dei tempi dei voltagabbana italiani che erano fascisti e il 28 aprile del 1945 sputavano in faccia al cadavere di Mussolini appeso ad una stazione di servizio di milano.
E' morto Gheddafi e la gente ha esultato al passaggio del suo cadavere tra la folla come si esulta per la vittoria di un mondiale di calcio.
E' morto Gheddafi, ma Gheddafi, per quanto male abbia fatto in 42 anni di potere, era un essere umano, l'ennesimo essere umano trucidato da noi popoli civili neocolonialisti e sfruttatori , senza un processo, senza che quella corte penale internazionale, tanto voluta da noi paesi civili, potesse fargli anche una sola domanda.
Gheddafi è stato ucciso senza possibilità di appello.
E' morto Gheddafi e con lui la prosperità della Libya come stato sovrano, come il paese africano con il reddito pro-capite più alto, come il paese più sensibile all'affermazione dell'Africa come entità unitaria.
E' morto Gheddafi e con lui muore il freno all'immigrazione clandestina verso l'Italia e l'Europa, con lui muore la certezza che l'inverno in Italia sia al caldo grazie alle risorse energetiche che ci garantiva.

Addio Gheddafi, dittatore non più sanguinario degli altri dittatori ancora al potere in tutto il mondo.
Addio Gheddafi, dittatore non più cinico dei governanti dei paesi europei che ti hanno sacrificato per un barile di petrolio, per una fornitura di gas.
Addio Gheddafi, nemico di sempre degli Stati Uniti, leader non allineato e antipatico, minaccia perenne e mina vacante per i piani di influenza americana.
Gheddafi il cattivo, il sanguinario, il dittatore, il capro espiatorio di tutti i mali del mondo.
Addio Gheddafi, che prima e dopo aver lasciato questo mondo alimenti sentimenti di vendetta e di annientamento nei dissidenti di Egitto, Yemen, Syria e Iran.

Addio Gheddafi, con la tua morte sembrano finiti tutti i problemi del mondo, anche per chi negli Stati Uniti non ha un'assicurazione sanitaria o un lavoro per pagarla, per chi in Sudan muore nei combattimenti tra nord e sud, per chi in Kosovo continua a morire di fame pur appartenendo alla maggioranza albanese, per chi in sud america vive di stenti ai margini dei profitti e del dominio delle multinazionali, per chi in Somalia scappa da Mogadiscio rischiando di morire di guerra e di fame, per chi in Thailandia tenta di sopravvivere alle alluvioni, per chi in Iraq continua a soffrire anche dopo la liberazione da Saddam Hussein per mano americana.

Ancora mi ritornano in mente le immagini delle Frecce Tricolore sui celi di Tripoli, ancora mi ritornano in mente le immagini di tuo figlio che palleggia un pallone con i giocatori della Juventus, ancora mi ritorni in mente nei tuoi viaggi sfarzosi in Italia e in visita a L'Aquila terremotata durante il G8.

Chi sa se Gheddafi dopo il terremoto in Abruzzo aveva offerto dei soldi per la ricostruzione? Magari erano più dei 50.000 Euro che ci voleva dare il generoso Obama...

Le foto delle agenzie stampa sono eloquenti e tragiche allo stesso tempo.
Non importa quanto grandi e potenti si era in vita, da morti siamo tutti inermi ed innocui.
Da morti non possiamo più nuocere a nessuno.
Non importa chi si era in vita, un cadavere non merita di essere portato in trionfo come un trofeo per essere ulteriormente offeso.
Quando si è cadavere si è già perso e si è già dato tutto. Un cadavere dovrebbe suscitare sentimenti di pena e compassione perché ha già lasciato tutto a tutti noi.
Sevizie, ulteriori insulti e profanazioni sono un eccesso che il popolo civile dei dissidenti e dei nuovi governanti schiavi dei paesi colonizzatori, potevano risparmiarsi, lasciandoci credere di essere gente equilibrata, gente pronta a prendere le redini della Lybia per guidarla ad una svolta, invece...

quali speranze per il futuro, ora che il problema è stato estirpato e la sua personificazione, Gheddafi, ridotta al silenzio ed esposta al pubblico castigo.
Quale amaro destino aspetta gli ignoranti creduloni del popolo libico?
Un destino da schiavi della colonizzazione, un destino da popolo comunque da non elevato al rango dei paesi occidentali, un destino da paese potenzialmente ricco ma comunque da sfruttare.
Questo è valsa la morte di Gheddafi.

May God forgive your sins,
May you rest in peace. 

giovedì 20 ottobre 2011

Il Grande Gioco Africano

Non mi sembra neanche il caso di commentare tali notizie che aimè sono plausibili ed attendibili nel generale quadro geopolitico.
E' semplicemente uno schifo... fa schifo il solo pensiero che il gioco del "Risiko globale" messo in piedi dal premio nobel Obama, dai suoi "sudditi" europei e "schiavi" africani, non tenga conto di quanti soldi vengono bruciati per "muovere i carrarmatini" ed invadere, devastare e controllare altre zone del pianeta.
Fa anche più schifo pensare a come la vita di migliaia di persone, migliaia di civili, migliaia di innocenti, non sia una variabile da tenere in considerazione prima di "lanciare i dadi" del Risiko ed aggredire qualcuno. 
Max
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Il Grande Gioco africano

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l'arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l'invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l'invio di forze speciali in Africa centrale, all'inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l'«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d'élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell'area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo. E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell'«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l'annuncio dell'operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell'intervento militare etiopico, anch'esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all'intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l'Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

mercoledì 19 ottobre 2011

LIBIA - "Negli ospedali la situazione rimane drammatica"

Nulla di nuovo sul fronte libico: Sirte sotto assedio e continuano i combattimenti per stanare Gheddafi. 
Chi sa perché tanta importanza rivolta ad un singolo uomo che oramai ha già perso tutto?
Come al solito una spiegazione la possiamo azzardare, ossia che Gheddafi è meglio catturarlo morto altrimenti qualcuno gli dovrà fare un processo... e sai che risate al processo di Gheddafi! Chi sa quanta gente tirerebbe in ballo... chi sa quanti capi di stato e politici di tutti i paesi assalitori potrebbero essere citati da Gheddafi, in chi sa quanti accordi ed accordini fatti con la Libya che fino a pochi mesi fa andavano bene a tutti?
Comunque... gli scontri provocano ancora morti e un numero elevato di feriti... e i feriti non possono essere curati negli ospedali libici...
Ancora una volta non si capisce il perché prima della guerra, sotto il "regime" di Gheddafi, proprio questi ospedali funzionavano bene e adesso sotto il "nuovo regime" del consiglio transitorio... non funziona più niente.
Sono continui gli appelli della Chiesa alla comunità internazionale per dare una mano a curare questi feriti e ancora non si riesce a risolvere questo problema.
Ma quanto è brava la NATO a fare la guerra! E quanto sono bravi gli stessi paesi NATO ad ignorare le richieste di aiuto che provengono dal "casino" che loro stessi hanno fatto! 
Max
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AFRICA/LIBIA - "Negli ospedali la situazione rimane drammatica, la comunità internazionale deve fare di più" denuncia Mons. Martinelli


Tripoli (Agenzia Fides) - "Sono disordini limitati, anche se non si può negare che siano presenti persone legate al vecchio regime. Complessivamente comunque la situazione appare sotto controllo" dice all'Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, dopo gli scontri scoppiati il 14 ottobre nella capitale libica tra gli uomini del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) e quanti sono rimasti fedeli a Gheddafi. Gli scontri, durati diverse ore, hanno provocato tre morti e una trentina di feriti, secondo quanto riferito dal CNT.
Continuano nel frattempo i combattimenti nelle roccaforti di Gheddafi di Sirte e Bani Walid, che stanno provocando numerosi feriti, molti dei quali colpiti dai cecchini. "Negli ospedali purtroppo la situazione rimane drammatica - afferma il Vicario Apostolico di Tripoli -. Gran parte dei feriti sono stati colpiti alla spina dorsale. Sono la nostra pena. Non sappiamo come venire incontro alle tante emergenze. È una realtà drammatica che mi reca tanto dolore. Sto lanciando appelli perché oltre all'invio di materiali medicali, si facciano ulteriori sforzi per ricoverare i casi più gravi in strutture specializzate. I medicinali sicuramente servono, così come l'assistenza diretta per questi giovani. Sono infatti tutti giovani i feriti nei combattimenti. E' in atto uno sforzo di solidarietà tra i libici per aiutare i feriti, ma non basta, occorre fare di più da parte della comunità internazionale!" conclude Mons. Martinelli. (L.M.) (Agenzia Fides 17/10/2011)



martedì 18 ottobre 2011

Libertà di stampa - 1

La vera libertà di stampa è dire alla gente 
ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.
George Orwell
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The true freedom of the press is to tell people
what people would not want to hear.

George Orwell
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Oggi si tende a confondere il concetto di "libertà di stampa" con quello di "audience".
In pratica ogni giornalista ha bisogno di un pubblico o di un numero di lettori per essere considerato un buon giornalista.
Il numero di lettori o la quantità di pubblico fanno del giornalista un giornalista importante o un giornalista qualsiasi.
La qualità dell'informazione non fa alcuna differenze.

Per questo motivo la tendenza generale è di dire alla gente ciò che vuole sentire in quel momento, in base alla moda del periodo o al modo di pensare comune (purché sia semplice e non richieda approfondimenti).
Per raggiungere una "audience" elevata i giornalisti cercano di diffondere informazioni irrilevanti dal punto di vista informativo ma che attraggono la curiosità e danno vita ai gossip di massa o a credenze di massa.

Tale ricerca è stata esasperata negli ultimi anni, tanto da invadere (e perché no comprare) informazioni provenienti da intercettazioni telefoniche "irrilevanti" ai fini delle indagini ma che per i lettori hanno il sapore di rivelazioni di segreti indicibili. Questo basta per aumentare "l'audience". In passato il "Gossip" era riservato a certi tabloid o a certi servizi televisivi che miravano esclusivamente al Gossip, senza la pretesa di fare informazione, oggi le due cose si equivalgono.

Per i reportage dalle zone di guerra la tecnica usata è quella dell'enfasi al fine di rendere lo spettatore attento e sensibile, oltre a dare quella parvenza da eroe al reporter. 
Nascono così racconti di aerei e bombardamenti mai visti, senza far vedere neppure la foto di un aereo. Allo stesso modo si crea una storia dietro ad ogni singolo incidente occorso alle truppe di pace, senza però che il giornalista sia andato sul posto a vedere cosa è successo realmente.

I servizi giornalistici successivi a guerre e tragedie, i così detti reportage o approfondimenti su argomenti specifici, raccontano via via la storia orientandola su quella che è la moda del momento, sulla versione dei fatti che piace di più in quel preciso momento storico.

Con questi principi, lo spettatore ha la sensazione di sapere tutto di alcuni politici perché legge delle loro intercettazioni telefoniche, peccato che nessuno pubblichi le intercettazioni di telefonate dove i politici discutono ed espongono intenti positivi. 
Questa non è propriamente informazione, e non si tratta di libertà di stampa quando si pubblicano documenti che per motivi di indagine dovrebbero rimanere confidenziali o che vengono estrapolati dal contesto originale. 
Si tratta solo di fare "audience" 

Altro caso è il giornalista sudato e dallo sguardo serio che trasmette notizie dai territori di guerra. Per esempio prima di riferire dalla Libya era chiaro che la gente "voleva sapere" e "doveva sapere" che Gheddafi era in generale "il cattivo", mentre gli insorti erano generalmente "buoni". Nessun approfondimento ulteriore, la cronaca ruotava intorno a questi due concetti semplici e scontati per il pubblico.

I servizi televisivi (reportage) o gli articoli di approfondimento, sono anch'essi orientati all'audience. Nonostante alcuni bravi reporter riescano ad entrare nei meandri della questione, alla fine il sunto che ne fanno, rispecchia la moda e il modo di pensare comune del periodo in cui il reportage andrà in onda o in stampa. 
La gente non vuole sentire cose che non riesce a capire e non vuole conoscere cose diverse dall'opinione che ha a priori e che ha maturato "vox populi". 

Alla fine la libertà di stampa non equivale alla libertà di dire in tv o sui giornali tutte le cose che si vuole, senza neanche sapere se sono vere o false, oppure rendendo meno false alcune notizie e meno vere altre, solo per aumentare gli spettatori o i lettori.

La "libertà di stampa" si concretizzerebbe nel riferire la verità, pura e semplice. Senza mediazioni politiche o orientamenti dovuti alla moda, o aggiustando il tiro dicendo sempre ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire.
Max

manifestare non equivale a devastare...

La manifestazione a Roma del 15 Ottobre 2011 era stata organizzata per manifestare contro il sistema.
Che significa manifestare contro il sistema? Che cos'è il sistema?

Ammesso che questo sistema contro cui si manifesta si possa definire o inquadrare in qualche cosa di concreto... cosa significa manifestare contro di esso?
Quale alternativa viene proposta a questo fantomatico sistema?
Sicuramente mettere a ferro e fuoco la città non è un'alternativa a niente, tantomeno una soluzione a qualsiasi problema.

Nel Regno Unito ci sono stati recentemente veri e propri atti di teppismo nati per manifestare contro il sistema. 
Nel Regno Unito non ci sono stati dubbi nel definire teppismo e atti criminali tutti gli eventi di devastazione delle città. Non ci sono stati dubbi nell'arrestare i responsabili delle devastazioni e condannarli pubblicamente prima ancora che in tribunale.
Nel Regno Unito la condanna di questi eventi è stata unanime da tutte le parti politiche e dall'opinione pubblica.

Da noi no, da noi c'è una parte politica che continua ad appoggiare tali dimostrazioni miste di ignoranza e criminalità. Da noi si fa ancora confusione tra il diritto di dimostrare e manifestare e l'abitudine di certi gruppi di manifestanti di distruggere tutto quello che incontrano al loro passaggio.

Manifestare è un diritto di tutti, anche quello di manifestare per cose inutili, cause fraintese o conosciute solo per sentito dire. Questo diritto a manifestare non dovrebbe comunque invadere il diritto delle altre persone ad andare a lavorare o a manifestare per altre ragioni.
Il diritto a manifestare non da diritto a distruggere tutto quello che c'è in giro.

Quindi... cari manifestanti, attivisti, sindacalisti e leader di associazioni che partecipano alle manifestazioni per convinzione o solo per solidarietà, dovreste tenere presente che chi insieme a voi manifesta distruggendo le città, commette un crimine, sappiate che i black block non hanno alcun diritto di bruciare auto, rompere vetrine e scarabocchiare muri.

Proprio voi, cari attivisti e portavoce di cause per cui ritenete giusto manifestare, dovreste isolare i facinorosi, dovreste denunciare gli abusi dei pochi teppisti tra di voi che distruggono e bruciano e che purtroppo vengono appoggiati e protetti dalle vostre stesse fazioni politiche. 

Quella di Roma del 15 Ottobre 2011 non è stata una manifestazione, è stata una devastazione di cose che appartenevano ad altri come le auto bruciate, oppure appartenevano a tutti come le strade e i monumenti. 
Se manifestavate per qualche motivo serio, di sicuro il motivo è passato in secondo piano davanti a tali atti di inciviltà.

Inoltre sarebbe il caso che chi distrugge iniziasse a pagare per la devastazione provocata, una condanna morale non è sufficiente, ci vorrebbe un pò di sana galera rieducativa oltre al pagamento di tutte le spese relative ai danni provocati. Davanti ad eventi come quelli di Roma non si possono trovare scuse, né a destra, né a sinistra.

lunedì 17 ottobre 2011

Frankfurt am Main



La crisi attuale è crisi per tutti, ma in Germania si vede sicuramente di meno che da noi.

Inoltre si vede bene qualcos'altro: le strade più pulite per esempio, i parchi ordinati e curati, mezzi pubblici puliti e in orario.

Questo da parte pubblica, dalla parte dei privati si vedono le auto parcheggiate regolarmente, nessuno in seconda fila, attenzione ai passaggi pedonali, tanta gente che si muove in tram e in metro.

L'impressione generale è che in Germania la gente pensi un po' più a lavorare e un po' meno a lamentarsi, che presti attenzione, oltre che alla propria condizione personale, anche alla crescita collettiva.

Di sicuro anche in Germania ci saranno cose che non vanno bene ma in molti settori potremmo trarre un esempio positivo, quanto meno in tema di più concretezza e meno discorsi. 

sabato 15 ottobre 2011

PeaceReporter - Il traffico di organi in Kosovo e la pista tedesca: storia di un’indagine a meta'

Ancora Kosovo e ancora traffico di organi umani.
Il rapporto che segue pubblicato da Pece Reporter né ripercorre le fasi principali.
Non si può far finta di niente davanti a tanta atrocità. La comunità internazionale ha il dovere di fare piena luce sul caso del traffico di organi, caso che era informalmente noto da anni ma è stato preso in considerazione solo dopo la denuncia pubblica di Dick Marty davanti alla Comunità Europea.
Vogliamo un Kosovo credibile e che un giorno possa entrare in Europa? 
La prima cosa da fare non è sperperare milioni di Euro consegnandoli a criminali senza riuscire a costruire nulla di utile. La prima cosa è ripulire il Kosovo dai criminali e renderlo un paese affidabile, governato da persone oneste e preparate, non da ex guerriglieri di dubbia fama e senza scrupoli. 
Max
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PeaceReporter - Il traffico di organi in Kosovo e la pista tedesca: storia di un’indagine a meta

06/10/2011
La comunità internazionale poteva non sapere? L'opinione pubblica ancora priva di certezze di fronte all'ipotesi di un crimine terribile
di Riccardo M. Ghia

Il vero proprietario della clinica Medicus, un urologo di Berlino, non è nella lista dei testimoni né è stato sottoposto a interrogatorio dalle forze di polizia europee, secondo quanto riferito da fonti vicine a un'indagine su un'organizzazione criminale dedita al traffico di organi in Kosovo.

Medicus, una clinica privata con sede aPristina, fu chiusa dalle autorità nel novembre 2008 in seguito a presunti trapianti illegali di organi. Le indagini ricevettero nuovo impulso quando le autorità di frontiera bloccarono uno dei donatori di organi, Yilman Altun, prima che si imbarcasse su un volo per Istanbul. Altun, cittadino turco, non avrebbe potuto affrontare il viaggio a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute dovute all'esportazione di un rene.

Secondo gli investigatori, cittadini tedeschi, israeliani, canadesi e polacchi erano disposti a pagare l'organizzazione fino a 90mila euro per un rene. I donatori, provenienti da paesi poveri dell'Europa dell'est e dell'Asia centrale, ricevevano un compenso inferiore ai 10mila euro.

Il procuratore europeo Jonathan Ratel ha chiesto il rinvio a giudizio per nove persone.Lufti Dervishi e il figlio Arben, personaggi chiave dell'inchiesta, sono attori influenti nella politica kosovara. Ma vi sono altri imputati eccellenti: Driton Jilta, ex ufficiale della missione OSCE in Kosovo; Ilir Rrecaj, ex ministro della sanità kosovara; Sokol Hajdini, Islam Bytyqie Suleiman Dulla, anestesisti alla clinica Medicus; Moshe Harel, un intermediario israeliano. E infine Yusuf Ercin Sonmez, chirurgo turco finito più volte nel mirino degli inquirenti per il suo coinvolgimento in altri presunti traffici di organi, e noto alle cronache con i soprannomi di"Dottor Avvoltoio" e "Dottor Frankenstein". Anche un chirurgo israeliano, Zaki Shapira, e un altro dottore turco, Kenan Demirkol, sono stati citati nell'atto di accusa del procuratore Ratel come "complici non ancora incriminati".

La clinica Medicus aveva ottenuto un'autorizzazione per attività sanitarie in cardiologia ma non in urologia, nonostante ripetute richieste presentate da Dervishi a partire dal 2003.

Dervishi, Thaci e la Casa Gialla

Lufti Dervishi, professore all'università di Pristina sin dal 1982, ufficialmente proprietario della clinica Medicus, è un importante alleato del primo ministro kosovaro Hashim Thaci, leader del Partito Democratico del Kosovo (PDK).
L'amicizia tra Thaci e Dervishi è di lunga data, secondo Francesco Mandoi, ex procuratore EULEX, ora sostituto procuratore nazionale antimafia a Roma.
La famiglia di Dervishi ospitò Thaci quando ci fu un attentato bomba nel cortile della casa dell'attuale primo ministro. Anni dopo, Lufti Dervishi diede a Thaci l'appartamento sopra quello di casa sua nella capitale Pristina.
Thaci fu anche il leader politico dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), un gruppo armato appoggiato dalla NATO che sosteneva la separazione del Kosovo dalla Serbia e l'unione politica con l'Albania. Fino al 1998, il Dipartimento di Stato americano aveva considerato l'UCK un'organizzazione terrorista. Un anno dopo, i miliziani albanesi divennero i più stretti alleati di Washington nei Balcani.

All'indomani dei bombardamenti NATO, i serbi e i collaborazionisti con il governo di Belgrado non furono le sole vittime dei regolamenti di conti targati UCK. Le violenze esplosero anche contro rivali politici e militari della FARK, un altro gruppo armato albanese, e persino in seno a fazioni contrapposte dell'UCK.
"Secondo alcune indagini riservate, Lufti Dervishi era stato notato spesse volte nei pressi della Casa Gialla", riferisce Mandoi.
Gli investigatori internazionali sospettano che la "Casa Gialla" fosse una struttura di detenzione segreta sotto il controllo di miliziani dell'UCK, in cui venivano condotti test di compatibilità su prigionieri serbi e albanesi prima dell'esecuzione dei trapianti.

Sulla base delle descrizioni offerte da diversi testimoni, la Casa Gialla è stata identificata inuna cascina vicino a Burrel, nell'Albania settentrionale, non lontano da Prizren. All'epoca, la zona di Prizren, seconda città del Kosovo vicino al confine albanese, era controllata dai soldati UCK agli ordini di Thaci.
La prima sede della clinica Medicus fu Prizren, secondo il procuratore Mandoi, il quale però sottolinea che gli investigatori non furono in grado di effettuare riscontri riguardo alla presenza di Dervishi nelle vicinanze della Casa Gialla.
Al termine della guerra, furono i soldati tedeschi della KFOR, la missione NATO in Kosovo, a controllare l'area di Thaci. E proprio due eurodeputati tedeschi, Bernd Posselt e Doris Pack, attaccarono il rapporto del Consiglio d'Europa in cui l'ex procuratore svizzero Dick Marty denunciava un presunto traffico di organi in Kosovo. Secondo Marty, il traffico sarebbe prima avvenuto con prigionieri catturati e uccisi dall'UCK, poi continuato nella clinica Medicus con donatori viventi provenienti da paesi poveri europei e asiatici.

Lo scorso marzo, Posselt e Pack dissero al quotidiano Irish Times che Marty non aveva presentato alcuna prova concreta durante un incontro a porte chiuse della commissione affari esteri del parlamento europeo. Doris Pack disse che "almeno il 90 percento" degli eurodeputati avevano criticato aspramente il dossier di Marty.
Tuttavia, l'eurodeputato italiano Pino Arlacchi, anch'egli presente a quella seduta, ha fornito una versione dei fatti radicalmente differente. "Posselt e Pack hanno accusato Marty con argomenti molto deboli" afferma Arlacchi. "Ma la maggior parte degli europarlamentari, compreso io, abbiamo appoggiato il rapporto del Consiglio d'Europa."

Dr. Beer

Martin Kraushaar, co-autore del documentario "Sulle tracce del traffico di organi in Kosovo", recentemente trasmesso dall'emittente tedesca ZDF, ha trovato prove cheDervishi abbia ricevuto fino a 3 milioni di euro da un noto urologo di Berlino, Dr. Manfred Beer, con cui il dottore albanese aveva studiato e lavorato in Germania.
L'avvocato di Dervishi, Linn Slattengren, ha affermato che il suo cliente amministrò alcuni investimenti nel settore immobiliare in Kosovo per conto di Beer. L'investimento si sarebbe rivelato redditizio e il Dr. Beer avrebbe allora proposto a Dervishi di aprire la clinica Medicus a suo nome.
Da questo punto in poi, le versioni fornite da Dervishi e da Beer divergono.

Secondo l'avvocato Slattengren, Beer avrebbe investito nella clinica 3 milioni di euro e sarebbe stato direttamente coinvolto nella selezione dei medici per praticare operazioni chirurgiche alla Medicus. Beer sostiene invece che diede a Dervishi non più di 300mila euro e non ebbe alcun ruolo nel reclutamento del personale medico per la clinica.
Una fonte vicina alle indagini, che ha richiesto l'anonimato, afferma che l'urologo tedesco non è indagato né sospettato di alcun illecito. A ogni modo, il nome di Beer non compare nella lista dei testimoni, né sarebbe stato interrogato sul suo ruolo in Medicus.

"Gli inquirenti avrebbero dovuto interrogare Beer e determinare se fosse coinvolto o meno in attività illecite" dice Lawrence Marzouk, direttore responsabile di Prishtina Insight, unico giornale kosovaro in lingua inglese. "Credevo che lo avessero interrogato, almeno così mi era stato detto da ufficiali EULEX. Se le cose non stessero così, questa situazione solleverebbeinquietanti interrogativi sulla qualità delle indagini."

La missione EULEX è la più grande missione dell'Unione Europea in termini di uomini e di mezzi: oltre 87 milioni di euro spesi solo fra ottobre 2010 e ottobre 2011, secondo le stime ufficiali. Lo staff, composto da agenti di polizia e da magistrati, conta più di 3000 persone, di cui quasi 2000 sono internazionali e 1250 kosovari. Il comando della missione è stato affidato a Xavier Bout de Marnhac.
In teoria, EULEX lavora sotto la supervisione di UNMIK, l'amministrazione provvisoria dell'ONU in Kosovo. In realtà, EULEX ha di fatto sostituito UNMIK dal 2008 a oggi, e non risponde al segretario generale delle Nazioni Unite ma a Catherine Ashton, l'Alto Rappresentante per esteri e difesa dell'Unione Europea.

"UNMIK ci ha lasciato un'eredità pesante", dice Alberto Perduca, capo della giustizia EULEX tra il 2008 e il 2010, ora procuratore aggiunto a Torino. Migliaia di fascicoli, circa 1200 solo quelli relativi ai crimini di guerra. "Un numero da mettere in ginocchio qualunque procura," afferma Perduca. Cercando di mantenere un basso profilo, la missione ha riaperto inchieste e casi giudiziari contro politici di primo piano o i loro diretti collaboratori.
"Avevamo il compito di ristabilire il primato della legge in un contesto internazionale quanto mai fragile, attraverso il coinvolgimento progressivo delle istituzioni locali," dice il procuratore. Ma la magistratura kosovara, esposta alle intimidazioni dei poteri forti, mostrò una certariluttanza a occuparsi direttamente dei dossier più scottanti''.

EULEX assicura anche la protezione del superpentito Nazim Bllaca, un ex membro del K-SHIK, il servizio segreto kosovaro. Bllaca ha ammesso di aver preso parte a diversi omicidi e di aver condotto una serie di azioni illegali ai danni degli oppositori del PDK, il maggiore partito kosovaro guidato dal primo ministro Hashim Thaci.
I processi riaperti da EULEX a carico di personaggi influenti come Fatmir Limaj, Ramush Haradinaj e Lufti Dervishi non hanno certo accattivato le simpatie dei partiti di governo e di opposizione kosovari verso la task force internazionale. D'altro canto, molti cittadini kosovari lamentano proprio la mancanza di coraggio di EULEX nelle operazioni di contrasto alla criminalità organizzata.
Gli ultranazionalisti di Levizja Vetevendosje (Movimento di autoderminazione) sono fra le voci più critiche verso la magistratura e le forze di polizia europee. Lo scorso giugno, due auto di EULEX sono state distrutte da una carica di esplosivo.

EULEX ha incontrato anche forti resistenze nel perseguimento delle indagini relative al presunto traffico di organi avvenuto all'indomani dei bombardamenti NATO del 1999. Gli ex procuratori svizzeri Dick Marty e Carla del Ponte hanno lamentato la mancanza di un adeguato programma di protezione dei testimoni e di un mandato per la conduzione di investigazioni in territorio albanese.
Secondo Alberto Perduca, la limitata dimensione del territorio kosovaro e uno stretto tessuto sociale fondato su vincoli familiari rende impossibile una protezione adeguata dei testimoni in Kosovo. "È assolutamente indispensabile una cooperazione internazionale" dice il procuratore.
''Fino a quando altri stati non assicurano la disponibilità ad accogliere questi collaboratori di giustizia, l'attività investigativa diventa molto difficile''.

E ribadisce: "Indagare sul traffico di organi non è un optional, è un atto dovuto. Fino a quando l'Albania non concede assistenza giudiziaria per avere accesso ai luoghi dove si sarebbero consumati i delitti, l'indagine è paralizzata."
E finalmente la missione europea ha formato una squadra investigativa speciale per verificare le accuse. A sorpresa, EULEX ha nominato un procuratore statunitense, John Clinton Williamson, a dirigere l'inchiesta.
Williamson era stato il capo del ministero della giustizia kosovara tra il 2001 e il 2002, quando il territorio era sotto l'amministrazione delle Nazioni Unite.

Indagini sul traffico d'organi

Gli investigatori erano a conoscenza di un presunto traffico di organi in Kosovo almeno dal 2003, quando gli investigatori delle Nazioni Unite scrissero una relazione di 29 pagine sulle testimonianze di centri segreti di detenzione nell'Albania settentrionale. L'indagine fu fermata un anno più tardi concludendosi in un nulla di fatto.
Due giornalisti italiani, Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano, hanno pubblicato documenti che dimostrano che già nel 2005 la clinica Medicus era finita nel mirino della Financial Intelligence Unit, una sorta di Guardia di Finanza ONU. Gli agenti accertarono che il Centro Trasfusioni del Kosovo (KBTC) aveva fornito abnormi quantità di sangue ad alcune cliniche private a Pristina. La clinica Medicus fu fra gli acquirenti di quel sangue, necessario per condurre trapianti di organi. Il centro trasfusioni ricevette in cambio 100 euro per ogni sacca di sangue, pari a un terzo del salario medio di un dottore in Kosovo. Anche in questo caso, le autorità non procedettero con i controlli.

Il sospetto di un traffico di organi in Kosovo apparve sulla grande stampa internazionale solo nell'aprile 2008, quando l'ex procuratore Carla Del Ponte scrisse che centinaia di serbi sarebbero stati rapiti e uccisi al fine di estrarre i loro organi. Nell'ottobre dello stesso anno, EULEX lanciò un'inchiesta su Medicus.
Nel 2010, l'ex procuratore del Canton Ticino Dick Marty confermò le accuse di Del Ponte in un rapporto del Consiglio d'Europa, aggiungendo che "la componente del traffico di organi nelle detenzioni all'indomani del conflitto ... è collegato all'odierno caso della Clinica Medicus, anche per il ruolo di albanesi kosovari che figurano in entrambe le inchieste."

In particolare, Marty scrisse che il primo ministro Thaci è il leader di un'organizzazione criminale chiamata "il Gruppo di Drenica", direttamente collegata al presunto traffico di organi.
"I leaders del ‘Gruppo di Drenica' hanno la più grande responsabilità . . . per aver amministrato il network di strutture di detenzione dell'UCK sul territorio dell'Albania; e per aver determinato il destino di quei detenuti ... inclusi i molti civili rapiti e portati al di là del confine," sostiene Marty.

L'ex magistrato svizzero accusò anche Shaip Muja, numero uno della sanità UCK, poi consigliere politico del primo ministro Thaci, di essere un membro dell'organizzazione dedita al traffico di organi, aggiungendo che Muja avrebbe ricevuto il supporto di "elementi nell'esercito e nei servizi segreti albanesi".
"È imperativo che EULEX riceva più esplicito e risoluto sostegno dai più alti livelli della politica europea," afferma Marty.
"Cosa è particolarmente sorprendente è che tutta la comunità internazionale in Kosovo - dal governo degli Stati Uniti alle nazioni occidentali alleate, alle autorità di giustizia dell'Unione Europea - senza dubbio posseggono la stessa schiacciante documentazione sulla gravità dei crimini del Gruppo di Drenica, ma nessuno sembra pronto a reagire di fronte a questa situazione e a punire i responsabili."

Intervista a Nancy Scheper - Hughes

Le attività di Nancy Scheper-Hughes, professoressa di antropologia alla prestigiosa Università di Berkeley, assomigliano più a quelle di un detective piuttosto che a quelle di un accademico. Le sue indagini sotto copertura e la sua attività di ricerca l'hanno resa una dei più grandi esperti sul traffico di organi sin dalla metà degli anni Novanta, quando dovette scontrarsi contro un muro di scetticismo e isolamento.
Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano del 2004, "sarebbe impossibile nascondere un traffico illegale di organi".

Qualche anno più tardi, diverse indagini di polizia, in Brasile, Sud Africa, Stati Uniti,Moldavia, Turchia e Israele, a cui Scheper-Hughes collaborò, le diedero ragione.
Zaki Shapira, uno dei più famosi chirurghi israeliani - e uno dei presunti membri dell'organizzazione criminale dedita ai traffici di organi - sedette insieme a Scheper-Hughes nella commissione etica della Fondazione Rockfeller a Bellagio.
"Era assurdo. Zaki era un membro della task force internazionale di Bellagio contro il traffico di organi", afferma Scheper-Hughes. "Ho detto al direttore della task force che Shapira era un noto membro del network internazionale di traffico di reni. Il suo partner era Yusuf Sonmez.Utilizzavano i rimborsi dell'assicurazione sanitaria israeliana e riciclaggio del denaro sporco per finanziare trapianti internazionali''.

In un file in possesso di Scheper-Hughes, Sonmez si vantò di aver eseguito più di 2200 trapianti illegali di organi.
Ma come è possibile che un traffico internazionale di organi possa prosperare senza essere scoperto?
"La sola cosa che posso dire è che il traffico di organi è un crimine ‘protetto' in molti stati. In tempi di conflitti, di guerre e di disastri naturali, così come in stati 'militarizzati', gli organi vengono rubati" afferma Scheper-Hughes. "Ci sono voluti dieci anni perché qualcuno ascoltasse quello che avevo da dire. Ho le prove di ciò che affermo. In stati attualmente o precedentemente militarizzati come Israele, Brasile e Argentina, alcune persone venivano uccise per sottrarre i loro organi. So che questo può essere fatto: non ci vuole molto. Guarda cosa fa la Cina con i suoi prigionieri. Estrarre organi non costituisce un grande problema. Tutto quello di cui hai bisogno è di una soluzione per conservarli e personale tecnico competente. L'organizzazione Eurotransplant lo fa costantemente, per motivi altruistici si intende, e trasporta organi fino in Turchia".

Secondo Scheper-Hughes, ai tempi della dittatura militare in Brasile l'esercito ordinò al loro più importante chirurgo di prendere gli organi di cui i soldati e le loro famiglie avevano bisogno.
"Ho parlato con l'ex capo della società nefrologica, un brillante accademico di 90 anni. Mi ha detto: ci hanno costretti. Dichiaravamo la morte cerebrale delle persone prima che fossero morte per davvero."
E nelle indagini sui traffici di organi spuntano i nomi di ex ufficiali o persone vicino agli ambienti militari. Come il generale israeliano in pensione Meir Zamir, di Rishon Lezion, 63 anni, eroe della guerra di Yom Kippur del 1973, accusato dalla giustizia israeliana di essere il capo di un network criminale dedito a tale traffici connesso a Yusuf Sonmez, chirurgo turco coinvolto nel caso Medicus in Kosovo. Oppure il caso di M.R., imprenditore agricolo di San Cipriano d'Aversa ammalato di diabete, avvicinato nel 1998 da un americano in un pub a Pinetamare, per anni area abitata da militari dell'U.S. Navy. Lo straniero avrebbe messo in contatto l'imprenditore con aiuto fornendo il recapito della clinica turca e del chirurgo - sempre lui: Sonmez. Un nuovo rene, una nuova vita, in cambio di 220 milioni di lire. L'indagine fu archiviata.

Traffici di armi e traffici di organi: chi si è avvicinato troppo alla verità, non ha vissuto abbastanza a lungo per raccontarla. Nel maggio 1996, Xavier Bernard Gautier, corrispondente de Le Figaro e attento conoscitore dei Balcani, fu trovato impiccato nella sua casa sull'isola di Minorca, Spagna. Le autorità spagnole non ebbero dubbi sulla sua morte: un suicidio. Tuttavia le circostanze erano, per così dire, singolari. Lo trovarono con le mani legate; sulle mura di casa la scritta "Traditore" e "Diavolo Rosso". E Diavolo Rosso era il soprannome di Roberto Delle Fave, il mercenario italiano che aveva combattuto in Bosnia per le forze croate e che gli avrebbe rivelato i retroscena di un traffico di armi verso l'Austria e un traffico di organi verso l'Italia.

Un giornalista francese dichiarò alla stampa che Gautier stava scrivendo un articolo in cui "non solo criminali di guerra nell'ex Jugoslavia, ma anche importanti italiani." E qualche anno più tardi, i magistrati Nicola Maria Pace e Federico Frezza della Procura di Trieste seguirono proprio la pista di un presunto traffico di organi di immigranti cinesi fra l'Italia e la ex Jugoslavia.
Tali inquietanti retroscena non hanno impedito ad alcuni chirurghi di definirsi come "Robin Hood" che rischiano le loro carriere per fornire organi a coloro che vedono in faccia la morte aspettando di essere i prossimi in lista in regolari trapianti.
Ma Scheper-Hughes rifiuta di credere che questi dottori agiscano per motivi umanitari, e aggiunge che conosce un dottore turco che ha praticato trapianti con organi "scaduti".

"Nessuno con un po' di senno permetterebbe ai dottori di trapiantare un organo vecchio di 100 ore", sostiene Scheper-Hughes. "I professionisti dei trapianti sanno cosa sta succedendo e non ne sono contenti, ma preferiscono lavare i panni sporchi in casa".
In Brasile, Scheper-Hughes ha iniziato a indagare su presunti rapimenti al fine di estrarre organi. Una volta è andata sotto copertura in una casa di adozioni illegali amministrata da una ex suora.
Scheper-Hughes disse alla ex religiosa che stava cercando un bambino. "Voglio un bambino sano, di circa otto o nove anni per dare un rene a mio figlio. Voglio adottarlo fino al trapianto. Poi te manderò indietro e ti pagherò quanto vuoi... sempre che la cifra sia ragionevole."
La trafficante di bambini rispose: "Guarda, trovare il bambino non è un problema. Puoi fare quello che vuoi con lui. Ma non lo voglio indietro. Prendilo, è tuo. Cosa ci fai con lui sono affari tuoi."

venerdì 14 ottobre 2011

Somalia: fuga civili da Mogadiscio - Corriere della Sera

Sembra una notizia vecchia di secoli tanto è uguale a quelle di ogni giorno che riguardano la Somalia.

Gli scontri armati, che provocano morti e feriti tra i civili, (solo il 4 Ottobre sono morte 80 persone) ultimamente si stanno intensificando con la nuova offensiva dei terroristi del gruppo islamico chiamato Al-Shabaab.

Il Gruppo islamico controlla praticamente tutto il paese (ad eccezione del Somaliland) e in questo periodo torna all'assalto della capitale Mogadiscio dopo essere stato cacciato pochi mesi fa dalle truppe dell'AMISOM.

Oltre ai morti e agli sfollati, i combattimenti provocano forti ritardi nella consegna degli aiuti umanitari alle popolazioni civili e rischi reali alle missioni umanitarie di soccorso ai profughi.

Sarebbe l'ora che qualcuno si muovesse per risolvere il problema del terrorismo, visto che il solito approccio "a metà" delle Nazioni Unite non funziona e tanto meno funzionerebbe il dialogo con gente che non conosce altro che le armi e non ha rispetto neanche per i propri connazionali in nome di chi sa quale "fraintendimento" della religione islamica.
Max
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Somalia: fuga civili da Mogadiscio - Corriere della Sera

(ANSA) - NAIROBI - Centinaia di famiglie stanno abbandonando la capitale somala, Mogadiscio, dopo tre giorni di combattimenti tra truppe governative sostenute dalla Forza di pace dell'Unione Africana (Amisom) e gli insorti islamici. Non ci sono ancora cifre esatte, ma tante donne e bambini starebbero lasciando i quartieri settentrionali e molti sfollati stanno cercando di raggiungere l'area di Afgoye, 25 km a ovest di Mogadiscio, che gia' ospita almeno 400.000 profughi. (ANSA).

giovedì 13 ottobre 2011

Egitto: "Una crisi che nasce da lontano" | Agenzia FIDES

A mio avviso un ottimo riassunto della situazione attuale in Egitto, con conclusioni relative alla comunità internazionale condivisibili e valide non solo per l'Egitto ma per molti paesi nel mondo. 
Max
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Il Cairo (Agenzia Fides) - "Negli anni di Mubarak si è approfondito il divario e l'odio tra le varie fazioni" dice all'Agenzia Fides p.Luciano Verdoscia, missionario comboniano che da molti anni vive ed opera al Cairo, in cui si vive una calma tesa dopo la violenta repressione della manifestazione dei copti, che ha provocato decine di morti e centinaia di feriti. I copti protestavano contro la demolizione, a fine settembre, di una chiesa nella provincia di Aswan, nell'Alto Egitto (vedi Fides 10/10/2011).
Secondo p. Verdoscia per capire le ragioni profonde della discriminazione dei cristiani e del diffondersi di gruppi fondamentalisti bisogna guardare alla storia dell'Egitto degli ultimi 30 anni. "Non lo dico io, ma sono analisi che ho ascoltato da diversi commentatori locali" sottolinea il missionario, che spiega: "prima di Sadat non è che ci fossero le profonde divisioni che troviamo ora. A cominciare dalla presidenza di Sadat nei primi anni '70 si sono prodotte le divisioni settarie. Questa tendenza si è approfondita sotto Mubarak anche per l'influenza dei wahabiti provenienti dall'Arabia Saudita. Il governo dell'epoca ha giocato con questi gruppi, a volte reprimendoli, altre volte lasciandoli liberi di agire, soprattutto a livello sociale".
"La situazione è quindi complessa" prosegue p Verdoscia. "Non si può dare un'unica chiave di lettura. L'islam, che per molti aspetti è già una religione ideologica, viene ideologizzato più del dovuto, in un contesto sociale nel quale una gran parte della popolazione vive nell'ignoranza ed ha come unico riferimento identitario la religione. A tutto questo si aggiungono le strumentalizzazioni politiche, soprattutto in vista delle prossime elezioni".
Attualmente l'Egitto è governato da un Alto Consiglio militare al quale i copti imputano di non saperli proteggere, anzi di aver scatenato la repressione nei loro confronti. "Occorre ricordare che ai cristiani non è stata data la possibilità di accedere alle alte cariche militari, a parte rarissimi casi nelle alte sfere della polizia" sottolinea p. Verdoscia. 
Il missionario richiama inoltre le responsabilità dell'occidente. "L'occidente ha ben chiaro il principio del rispetto delle minoranze, ma rimango stupito che nessuno intervenga quando vi sono predicatori islamici che diffondono proclami che istigano alla violenza e che sono contro la libertà di coscienza. Questo naturalmente vale anche nel caso contrario, di chi, proclamandosi cristiano, alimenta l'odio contro i musulmani".
"Purtroppo temo che i governi occidentali siano interessati a preservare i loro interessi economici a scapito dei diritti delle persone. Quindi non hanno la forza etica di denunciare le discriminazione nei confronti delle minoranze dei Paesi medio-orientali" conclude p. Verdoscia. (L.M.) (Agenzia Fides 11/10/2011)


martedì 11 ottobre 2011

Oggi in TV...

Questa sera ho avuto la male augurata idea di guardare il telegiornale. Erano un paio di giorni che non lo facevo ed ero curioso di vedere cosa c'è di nuovo agli occhi dei giornalisti.

Bene, dieci minuti di telegiornale, un occhio al giornale questa mattina e un giro veloce su internet, mi hanno fatto venire voglia di emigrare in un altro pianeta.

A partire dall'Italia, stiamo affrontando una crisi economica difficile da capire perché a sinistra siamo sull'orlo del baratro e a destra in piena ripresa. In Grecia nel baratro ci stanno cadendo anche se pare che l'EU stia preparando altri 8 Milioni di Euro per "l'ossigeno" da somministrare all'apparato economico greco.
In Algeria piove a dirotto, in Egitto si passa sopra ai manifestanti con i carri blindati.
In Libya che ne parliamo a fare... li si continua a morire a causa di ferite e malattie che gli ospedali non riescono a curare a causa della guerra civile fomentata dai nostri paesi civili.
Israele e Palestina ancora in tensione e vigili e attenti gli uni sugli altri. 
Syria, ancora morti tra gente che protesta contro il regime e militari che il regime lo difendono.
Yemen, fra droni americani che ammazzano presunti terroristi islamici e scontri tribali contro il regime.
In Turchia si è scatenato l'infermo con tempeste e uragani che spazzano il paese. In Afghanistan è stato un giorno qualunque. In Somalia si continua a morire nell'ordine di: fame, sete, guerra e malattie, in Nigeria si continua ad aver paura per via dell'odio tribale e religioso. 
In Albania non si rispettano le minoranze religiose e non si raggiungono standard democratici europei, del Kosovo meglio non parlare.
In Nuova Zelanda c'è una petroliera che sta seminando tonnellate di greggio nella barriera corallina, mentre ai poli i ghiacci si sciolgono.
Oltre oceano negli Stati Uniti aumentano le persone che vivono grazie a contributi sociali, pur non mancando i soldi per la "difesa".

Comunque il telegiornale è finito con i risultati del sondaggio sui sette posti più belli del mondo e qui era un'altra giornata di metà ottobre con 29 gradi e sole tutto il giorno.

Per oggi siamo ancora vivi... ringrazio Dio.

lunedì 10 ottobre 2011

LA PROPAGANDA E' UN'ARTE 
NON IMPORTA SE QUESTA RACCONTI LA VERITA'
Joseph Goebbels
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PROPAGANDA IS AN ART
NO MATTER IF IT TELLS THE TRUTH
Joseph Goebbels


Sembra vero oggi come lo era ai tempi della propaganda nazista di Goebbels. L'importante è far credere, non importa se diamo a credere cose vere o false, l'importante è che ci si creda.

Il problema è che oggi la propaganda coinvolge tutte le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione. Sia di destra che di sinistra o di centro.

Per il potenziale elettore diventa sempre più difficile capire chi dice il vero e chi mente, capire di chi fidarsi e di chi no, trovare un barlume di attendibilità nel mare di parole in cui la politica ci sommerge.
Max

domenica 9 ottobre 2011

PeaceReporter - Generale Mini: “Afghanistan: missione fallita”

Nell'articolo seguente pubblicato da Peace Reporter, il Generale Mini traccia il bilancio della missione militare in Afghanistan dall'inizio fino ad ora.
Una missione che ha bruciato milioni di Euro e che è stata (ed è ancora) un completo fallimento, come abbiamo sempre sospettato e sostenuto.

Se poi a decretare il fallimento dell'intervento in Afghanistan è una voce autorevole come quella del Generale Mini, possiamo pensare, a ragion veduta, che sia tutto vero e che anche le nostre teorie sul fallimento in Afghanistan siano corrette.

Ricordiamo brevemente solo alcuni episodi di cui non si fa menzione nell'intervista che segue ma che già da soli potevano dare un'idea dei risultati ottenibili:

  1. - Quella in Afghanistan è stata definita inizialmente "guerra preventiva" (contro il terrorismo) e "missione di pace" (???). 
  2. Barak Obama ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2009 per "aver rafforzato la cooperazione tra i popoli e la diplomazia internazionale", solo poche settimane prima di inviare migliaia di soldati in Afghanistan nel tentativo di rovesciare le sorti della missione.
  3. I talebani e Osama Bin Laden erano stati armati e addestrati proprio dagli Stati Uniti a partire dagli ultimi anni '80 per contrastare l'invasione russa.

Osservazioni simili si potrebbero fare anche per altre situazioni difficilmente gestibili militarmente in altre zone del mondo e ancora meno giustificabili come: Kosovo, Iraq, Somalia e recentemente Libya, destinata a trasformarsi in un fallimento analogo.
Max
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PeaceReporter - Generale Mini: “Afghanistan: missione fallita”


L'ex comandante della missione Nato in Kosovo, traccia un bilancio molto negativo della missione afgana ed esprime pessimismo per il futuro

Generale Mini, che bilancio traccia di questi dieci anni di guerra in Afghanistan?
Un bilancio del tutto negativo, visto che non è stato conseguito nessuno dei grandi obiettivi con cui gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno giustificato l'intervento in Afghanistan: dalla sconfitta del terrorismo internazionale, che non è certo morto con Bin Laden, alla democratizzazione e ricostruzione del Paese, al contrasto al narcotraffico. Se la missione Isaf si fosse limitata al suo obiettivo iniziale stabilito a Bonn nel dicembre del 2001, ovvero alla stabilizzazione dell'area di Kabul e al supporto alla creazione di un governo transitorio, le cose sarebbero andate diversamente.

Quando e perché sono cambiati gli scopi della missione afgana?
Il fallimento afgano è iniziato quando nel 2003 gli Stati Uniti, per concentrarsi sull'Iraq, hanno lasciato la missione Isaf in mano alla Nato, che ne ha stravolto gli scopi allargandoli ai suddetti obiettivi di antiterrorismo, nation-building e antidroga, ma che poi non è stata in grado di gestire la situazione. La Nato ha voluto strafare, disperdendo le sue scarse forze su tutto il territorio e finendo così a fare da bersaglio senza riuscire a raggiungere nessuno di quegli ambiziosi convertiti. Il paradosso è che eravamo andati lì per difendere gli afgani, e oggi ci ritroviamo a difendere noi stessi dagli afgani.

Quali sono le sue previsioni sul futuro dell'Afganistan e della missione internazionale?
Riguardo al futuro sono altrettanto pessimista, perché in dieci anni non è stato affrontato nessuno dei problemi sociali e culturali che avrebbe potuto garantire un futuro diverso all'Afghanistan. In tutto questo tempo non abbiamo portato nessun miglioramento dal punto di vista dell'economia, dell'istruzione, delle leggi. Anzi, con la nostra inazione e i nostri errori abbiamo peggiorato le cose, allontanando sempre più la popolazione dal nuovo governo sostenuto dall'Occidente. Per riparare ai nostri danni dovremmo rimanere in Afghanistan per decenni!

Quindi non crede che l'occupazione dell'Afganistan finirà nel 2014?
Noi europei ce ne torneremo a casa nei prossimi anni senza aver risolto niente, ma gli americani rimarranno a tempo indeterminato, lasciando basi e forze speciali: loro non usciranno mai più dall'Afghanistan, esattamente come non usciranno mai più dall'Iraq. E già che ci sono, fanno di necessità virtù: dovendo rimanere per forza, ne approfittano per piantare degli avamposti contro potenziali nemici regionali e globali, Cina in primis, gettando i presupposti per nuove e ben più rischiose guerre globali. E per rimanerci sono prontissimi a scendere a patti con i talebani.

Mantenere i nostri soldati in Afganistan costa a noi italiani 800 milioni l'anno: in tempi di crisi non sarebbe il caso di riportarli a casa subito?
Se si considerano i pessimi risultati che abbiamo ottenuto finora potremmo andarcene anche domani, risparmiando un bel po' di denaro. Ma per ragioni di politica interna italiana e di rapporti con gli alleati Nato, l'Italia non può permettersi un ritiro unilaterale.
Enrico Piovesana