"Qui passo gli anni, abbandonato, oscuro, senz'amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de' malevoli divengo: qui di pietà mi spoglio e di virtudi, e sprezzator degli uomini divengo..." (G. Leopardi)

giovedì 15 febbraio 2018

maledetto branco di ladri !

Anche questo è un documento interessante, soprattutto adesso che ci avviciniamo alle elezioni.


Ora mi raccomando... anche alla luce di questa ennesima beffa che si somma alle pensioni da fame, alla non riduzione dei vitalizi dei parlamentari, al salvataggio di Banca Etruria e chi più ne ha, più ne metta.....

mi raccomando a te.... elettore medio italiano.... votali di nuovo!

giovedì 8 febbraio 2018

Cronache di giorni che passano .... e di pallone. -- CAPITOLO III --

Epilogo.... cronache di un nuovo inizio.

Come previsto la notte è stata lunga. Grazie ai farmaci ho dormito per qualche ora fino a quando il vicino di stanza ha deciso di avere bisogno di una certa Rosa, invocata a gran voce tra una bestemmia e l'altra. Incredibile! Sembrava di essere al mercato alle 03.30 del mattino. Con un paziente lavoro da parte del personale del reparto, l'uomo è stato riportato per quanto possibile alla ragione. Dopo si è risvegliato il braccio. Mi sono riaddormentato ma alle sei è iniziato il tran tran delle pulizie, poi del cambio turno e poi delle prime visite.

Oggi niente colazione perché mi operano in mattinata. Con un susseguirsi di minuti interminabili ho atteso per tutta la mattina di essere portato in sala operatoria. Non ho mai avuto così tanto tempo per leggere. Se non fosse per il dolore mi sarei veramente fatto una cultura.

Verso le 11.00 alla fine sono arrivate due infermiere. Hanno preso il mio letto e rassicurandomi, attraverso un corridoio con due curve, mi hanno portato in una nuova zona dell'ospedale. La zona che separa i reparti normali dalle sale operatorie. Vedevo la porta della sala operatoria che si apriva e si chiudeva automaticamente via via che passava qualcuno. Macchinari a non finire e camici verdi che andavano avanti e indietro. Poi è arrivato l'amestesista.

Fino a quel momento non ci avevo pensato ma per sottopormi all'operazione avrei dovuto essere anestetizzato. Come ho detto subito all'anestesista, l'idea di essere addormentano per forza e avere un tubo in bocca per respirare non mi entusiama, l'unica cosa che mi indurrebbe ad accettare una anestesia totale è che sono stanco morto a causa delle ultime notti in bianco.

Compreso il mio pensiero l'anestesista, nel frattempo affiancato da altre persone che mi vedevano a loro dire "spaventato", anche se non mi sembrava affatto, mi ha detto che potevo essere sedato in maniera parziale e solo all'evenienza addormentato in maniera definitiva. E' stato prodigo di dettagli e in conclusione mi avrebbe iniettato un qualche cosa nel collo per addormentarmi il braccio sinistro, senza necessitò di intubarmi.

Soddisfatto delle spiegazioni e del piano di azione, ho firmato il consenso come previsto dalla legge e mi hanno lasciato solo in una ansiosa attesa, nella stanza pre-operatoria. Dopo due ore circa, credendo che fosse giunto il mio momento, sono tornati tutti, medici e anestesisti che, scusandosi mi dicevano di aver avuto un inconveniente durante l'intervento precedente al mio e che oramai si era fatto tardi. Per oggi nulla di fatto. Intervento rimandato a domani.

Non sapevo se ritenermi fortunato per avere avuto una prima sensazione di cosa significa una operazione e potermi quindi preparare per domani, oppure essere scontento per il giorno perduto. Ha prevalso comunque il senso di positività. La cosa brutta è che oltre alla colazione saltata, avevo saltato anche il pranzo perché ero tornato in camera troppo tardi. Avevo una fame bestiale, strano perché il braccio mi faceva nuovamente male.

Ho passato il resto del giorno tra libri e flebo di anti dolorifici perpoi attraversare la notte tra le bestemmie del vicino e il dolore del mio braccio.Alla fine è tornato il girono. Il mio giorno. Il giorno della resa dei conti. Come ieri niente colazione. Non saprei dire esattamente a che ora ma all'improvviso mi sono venuti nuovamente a prendere. Spinto con il mio letto attraverso lo stesso corridoio, sono stato parcheggiato nella stessa stanza fuori dalla sala operatoria. Stessi accordi con un altro anestesista, poi un pizzico al collo, una siringa di liquido trasparente che spariva  in un istante attraverso al canula che avevo nella mano destra, poi il buio.

Ricordo solo che ad un certo punto ho visto una mascherina che si avvicinava alla mia faccia, poi più niente. Non so quanto tempo sia trascorso né cosa sia accaduto esattamente. Solo successivamente, una volta tornato in camera mi hanno detto che sono stato via in tutto 3 ore. Al momento del risveglio sentivo persone che mi chiamavano per cognome e gran voce. Tentavo di attaccarmi a qualche cosa ma non ci riuscivo, fino a quando mi sono svegliato, dicendomi: "Va bene... E' tutto a posto".

Peccato non avere ricordi dell'operazione. Dopo il tentativo fallito di ieri ci avevo pensato parecchio, non tanto all'operazione ma all'anestesia. Mi ero riproposto di addormentarmi pensando a qualche cosa di bello ma non c'è stato il tempo. Dalla mascherina che penso di aver visto fino al mio risveglio non mi ricordo niente, assolutamente niente.

Adesso, dopo qualche ora dall'operazione ho nuovamente dolore al braccio, ma ho anche dolore in gola, alle caviglie e ho mal di schiena. Mi è stato spiegato che è stato necessario sedarmi in maniera definitiva perché l'anestesia parziale non era più sufficiente ma non ho capito bene il motivo. Chi sa perché. Forse ero troppo agitato, spero solo di non aver fatto troppo "casino", non ne ho idea.

Adesso dovrei dormire. In fin dei conti è giorno e il vicino non strilla. ce la posso fare. E' così trascorso un altro giorno e tra letture, incubi durante il breve sonno e stranamente senza urla del vicino, è trascorsa anche la notte.

Avevo necessità di sapere cosa mi era successo e cosa mi era stato fatto. Dovevo parlare con il medico. Anche questo desiderio si è avverato il giorno dopo all'operazione. Potevo camminare, potevo indossare un tutore che da oggi mi avrebbe accompagnato per molte settimane.

Ho potuto vedere le foto della mia operazione momento per momento. Una cosa incredibile. Guide pieghevoli che si facevano strada dentro le ossa del mio braccio. L'inserimento di un perno, buchi fatti con uno strumento che sembrava essere la punta di un trapano e infine l'avvitatura di tre viti sul collo dell'omero e una più in basso a intercettare il perno. Dai raggi sembra tutto ok. Si vedono ancora dei piccoli gap tra i vari pezzi del mio osso ma a dire dei medici si salderanno da soli e si creerà un callo osseo. "E' tutto a posto".

Un'altro giorno passa tra la solita notte in bianco e i lamenti di altri degenti. Sono ancora convinto che qualcuno se la passi peggio di me. A due giorni dall'operazione vedo dei cambiamenti positivi nel mio braccio. Riesco a flettere il gomito, a stringere una palla da tennis, il dolore che si attenua di giorno ma rimane di notte e di questo non so il perché.

Mi sento pronto a tornare a casa se non fosse per l'ematoma diffuso e uno strano gonfiore che interessa tutto il braccio operato, l'avambraccio e la mano sinistra. Tutto normale per i medici ma è meglio rimanere un altro giorno.
La domenica del 4 febbraio il medico mi comunica che posso essere dimesso e che se voglio posso aspettare fino a domani. Declino l'ospitalità decidendo di andare a casa. Sono convinto che riuscirò a migliorare la qualità del sonno dormendo nel mio letto.

Sono circa le 14.00 circa quando vengo dimesso. Sono uscito dal bozzolo in cui mi sentivo avvolto, dal dolore lancinante e dagli incubi, sto andando a casa con la mia nuova esperienza che non ho chiesto di fare ma che mio malgrado ho dovuto fare.

Nei pochi giorni che ho trascorso tra pronto soccorso e reparto ortopedico mi sono reso conto che ci sono tante persone, mia moglie, amici, colleghi, persone che mi hanno sostenuto e che al momento del bisogno erano presenti; ho conosciuto tanta brava gente; persone gentili, allegre, professionali e dotate di tanta pazienza; sono infermieri, operatori sanitari, personale addetto a vari tipi di servizi ospedalieri e medici. Tutti fantastici ed è anche grazie a loro che nutro speranze di guarigione che inizialmente non erano affatto scontate. Ho visto malati più gravi di me, gente che urla ma non sa di farlo, anziani con femori rotti e persone con ogni sorta di frattura. Auguro loro il meglio per una pronta guarigione ma soprattutto, auguro a tutti loro di non perdere la speranza e continuare a lottare. Alla fine so di essere stato fortunato ma non ho mai perso la speranza e la fortuna mi è venuta incontro.

Grazie. Grazie a tutti quelli che si riconosceranno in questa breve storia.

(FINE)

mercoledì 7 febbraio 2018

Il caso David Rossi

David Rossi, manager senese della banca MPS, responsabile delle comunicazionimorto, muore il 6 marzo 2013, precipitando dalla finestra del proprio ufficio. 

Indagini immediate e archiviazione del caso come suicidio. Dalle indagini Rossi si è tolto la vita buttandosi dalla finestra.

Nello stesso periodo la banca MPS per cui Rossi lavorava è già coinvolta in un vortice di indagini giudiziarie per crack finanziario inerenti all'acquisizione di banca Antonveneta e oprazioni su derivati con banche giapponesi.

Non solo, spuntano fuori, tra le altre stranezze, filmati delle telecamere di sorveglianza della banca che riprendono parte della caduta di Rossi e lo schianto al suolo del corpo.

Le telecamere riprendono l'agonia seguita alla caduta fino alla morte e l'orologio del defunto che "per magia" piove al suolo 20 minuti dopo il corpo. Come verrà verificato seccessivamente, il corpo di Rossi che atterra di schiena, presenta ferite e contusioni in faccia, sui polsi e sotto le ascelle. 

Sarà anche un suicidio ma sembra quantomeno strano. La vicenda ha avuto eco sui media e in Parlamento ma la verità sembra oramai compromessa.


Un link al video della caduta di David Rossi dal quale si possono trovare altri video interessanti sul medesimo caso.

martedì 6 febbraio 2018

Cronache di giorni che passano .... e di pallone. -- CAPITOLO II ---

Notte in bianco.... cronache di Ospedale.

Avvolto nel mio bozzolo sempre più fitto e rimesso su una sedia a rotelle, nella vergogna più profonda per essere spinto da una donna, attraverso corridoi uguali a se stessi, sono stato portato al reparto di ortopedia, camera 11. 

Ero ancora vestito come quando giocavo, forse per l'ultima volta della mia vita,  con pantaloni lunghi tecnici da portiere, e una maglietta mimetica che prima era sotto alla mia maglietta da portiere con maniche tre quarti senza polsini, tutto rigorosamente nero e numero "1" rosso fuoco. Avevo resistito al dolore tanto da togliermi la maglietta nera, ironia della sorte, il mio "portafortuna sportivo", ma non sono riuscito a togliermi la maglietta mimetica e me la hanno dovuta impietosamente tagliare.

Mi sono ritrovato nuovamente semi seduto in un letto di corsia ospedaliera, con una protezione in gomma piuma rivestita di cotone, passata intorno al collo e al torace in modo da sorreggere il braccio e fissata con delle fascette in plastica tipo elettricista, metodo poco ortodosso ma molto efficace.

Erano oramai le 01.30 di notte passate del 30 gennaio 2018, non rimaneva che aspettare l'effetto dell'anti dolorifico endovena e che venisse domani. Occupavo il letto vicino alla finestra mentre solo dopo un po' ho notato il mio compagno di stanza con una gamba in trazione dalla quale uscivano dei ferri. Per un attimo ho pensato che qualcuno stava sicuramente peggio di me, ma onestamente è stato un secondo perché né avevo abbastanza per non pensare a nessun altro.

Nel tepore che provoca l'anti dolorifico ho tentato di dormire. Ero senza dubbio stanco e la testa cadeva a destra o a sinistra perché in pratica avevo il busto in posizione verticale. Ho cercato di trovare una posizione stabile e un compromesso con il dolore, questo ha tolto tempo prezioso alla notte. Quando mi sono finalmente addormentato mi sono trovato a sognare quanto era successo, nel modo in cui me lo ricordavo o credevo di averlo vissuto. Il sogno si interrompeva bruscamente con un salto involontario sul letto, ogni volta che arrivavo al momento fatidico. Insomma una classica nottein bianco.

Questo sognare e svegliarsi bruscamente si è ripetuto per tutta la notte, fino a quando, a suon di flebo, è arrivata mattina.
Con la luce del giorno ho capito che per la prima volta in vita mia mi trovavo ricoverato in un ospedale, nel luogo dove avevo visto, esternamente e solo da visitatore, le sventure di altri. Mi sono sempre detto che a me non poteva capitare.

Ho ripensato che almeno fino a 30 anni, ero assolutamente convinto di essere immortale e che per me il tempo non sarebbe passato. Superati i 30 ho capito che il tempo non si sarebbe arrestato o che almeno non lo avrebbe fatto per me. Poi gradualmente ho preso coscienza della mia condizione umana.

Alla fine è capitato anche a me, giacere sul tecnologico letto dell'ospedale con il telecomando che alza la testa e le gambe. Il bianco, ilverde chiaro e ilceleste deimuri, dei camici e delle suppellettili. Un dolore da combattere. Adesso toccava a me senza possibilità di scelta.

Nonostante il dolore ancora acuto, avevo una gran fame. Saranno state le 08.00 quando è stata distribuita la colazione. Latte e orzo con fette biscottate, marmellata e tre biscotti; tutto incartato in confezioni che richiedono due mani per essere aperte. Latte servito in una ciotola usa e getta di plastica finissima e che può essere sollevata con due mani esclusivamente.
Per quanto difficile, aprendo tutte le confezioni con la mano buona e la bocca, bevendo a cucchiaiate,  senza fretta, ho fatto anche la mia prima colazione in ospedale.

Ho conosciuto poi il mio compagno di stanza. Dopo aver appreso che si era rotto una gamba andando a caccia mi sono sentito meno stupido per quanto successo a me.
Ho capito che il mio compagno di stanza deve essere -per così dire- "qualcuno", anche se non saprei dire chi. L'ho capito perché in tutta la mattina sono arrivati ossequiosi medici e altre persone a mettersi, - sempre per così dire - "a disposizione". 

Non saprei dire a che ora ma finalmente è arrivato il medico anche per me. Lo stesso che la sera prima mi aveva ricoverato. Mentre lo vedevo avvicinarsi continuavo a ripetermi che non poteva portare notizie peggiori di quelle già datemi. In effetti mi ha ripetuto quello che già sapevamo fino a quando, dimostrando di aver prestato attenzione ed avere studiato attentamente il mio caso, mi ha prospettato, tra le possibili soluzioni,  quella più adatta a me: una riduzione chirurgica della frattura scomposta mediante l'inserimento di un perno e alcune viti; il tutto da valutare e decidere solo dopo una TAC, ma spiegato con professionale distacco e dovizia di particolari tecnici.

E' strano come ci siano cose apparentemente insignificanti che ti inducono ad avere fiducia nel prossimo. Da come aveva parlato era chiaro che aveva studiato i miei rx e aveva ragionato disinteressatamente e obbiettivamente sul da farsi. Era chiaro che non stava improvvisando e meritava quindi la mia fiducia.

La TAC ordinata e fatta quasi subito in una eccellente dimostrazione di efficienza, è stato l'ennesimo teatrino di stretching per sdraiarsi su un tavolo di metallo lucido e dentro ad un macchinario cilindrico, vanto della tecnica. Nelle grida di dolore, l'esito dell'esame ha confermato quanto ipotizzato: riduzione chirurgica, perno e viti. Il tutto da fare domani.

Nonostante gli anti dolorifici dispensati a più non posso, il dolore non passa ma sto comunque uscendo dal mio bozzolo. Sono fiducioso su quanto accadrà domani e su chi mi sta curando. Intanto mi hanno cambiato stanza. Sono da solo ma nella stanza di fianco c'èun signore anziano che bestemmia strillando. 

Si fa di nuovo sera e so già che sarà un'altra notte agitata.
(CONTINUA) 

lunedì 5 febbraio 2018

Cronache di giorni che passano.... e di pallone. -- CAPITOLO I --

Una sera qualunque... cronache di gioco.

Il 29 gennaio 2017 era un giorno d'inverno come gli altri anzi, forse meglio di tanti. Non faceva freddissimo e mi aspettava una tanto attesa partita di calcio a 5. Il calcio non è più lo sport per i quarantenni, questo lo so da solo ma per qualche ragione me lo hanno ripetuto in tanti da questa mattina. Comunque non dovevo giocare la finale di Champions, era una partita tranquilla e rilassante, puro divertimento all'insegna dello sport.

Tutto ok comunque. Finita la giornata di lavoro, un'oretta al parco a pattinare (pattinare o correre fa oramai parte di una abitudine che va consolidandosi), poi casa e infine puntuale al campo per l'incontro valevole per il Campionato di calcio a 5. Tra alti e bassi, l'organico ridotto da defezioni e infortuni ci vede in solo cinque giocatori effettivi e il risultato, anche per questi motivi parla chiaro: 8 a 5 per gli avversari a metà del secondo tempo.
i sogni di gloria si affievoliscono ai rintocchi del cronometro, quando è giunto il momento che nella cronaca di un giorno qualunque non mi sarei mai aspettato e un cronista sportivo avrebbe più o meno descritto così:
"palla filtrante da sinistra a destra che arriva in area di rigore, esce il portiere" - che sarei io - "palla protetta dall'attaccante che esce dall'area, il portiere" - sempre io - "si gira, l'attaccante tira... palla fuori. Boato del pubblico, non va!". 

L'azione di gioco termina ma il portiere scivola sul terreno di gioco in prossimità della linea di fondo. "Decolla" con la testa rivolta al palo della recinzioneè e giù in caduta libera. Vista la mala parata, riesce a spostarsi verso destra durante la caduta, evitando di spaccarsi la testa ma finisce per rovinare al suolo e sbattere la spalla sinistra su un palo di ferro che tiene la recinzione del campo". In quel momento esplode il boato di terrore del pubblico (boato che se c'è stato, io non l'ho sentito). A quel punto sentivo solo le mie di grida proporzionate al dolore che provavo al braccio.

Dopo la botta sul ferro mi sono tirato su ma il braccio sinistro sembrava non volermi seguire, anzi sembrava in balia della forza di gravità e tendeva a cadere in verticale verso il suolo.
E' in quel momento, proprio mentre mi alzavo per riprendere a giocare che sono entrato in un tunnel di "realtà attutita"; era come se le voci, i movimenti e le persone che mi guardavano andassero al rallentatore e io lì intento ad uscire da questo bozzolo che tentava di avvolgermi.

"Ma guarda che situazione, di punto in bianco mi sono fatto male e ho rovinato la partita a tutti", questo era il mio pensiero  e mi veniva in mente anche il "vecchio detto cinese", ma ho dovuto abbandonarlo subito perché il dolore si faceva lancinante e la nausea allo stomaco ancora più insopportabile. Era chiaro e non solo a me, da come tutti mi guardavano, che era necessario fare qualche cosa, andare al pronto soccorso.

Succedeva proprio così e in pochi minuti mi ritrovavo ammesso al triage in codice verde, seduto su una sedia a rotelle e poi trasferito su una barella in posizione semi seduta.
Tutto intorno era una stanza troppo piccola per essere chiamata sala ma troppo larga per essere un corridoio. A destra e a sinistre persone sedute, sdraiate o che camminavano. Tutti accomunati dal braccialetto bianco al polso della mano destra.
Il senso del tempo se n'è andato annegato nel dolore, il bozzolo che aveva iniziato ad avvolgermi al campo sportivo ora mi circondava completamente.

Non so dire dopo quanto ma alla fine mi ha visitato una giovane dottoressa che ha decretato la necessità di una lastra. Ho stupidamente provato a chiedere che cosa ne pensasse e chiaramente la risposta è stata: "dopo i raggi vediamo".
Non contento di aver perso secondi preziosi con le mie domande scontate, non ancora soddisfatto ho continuato chiedendo se fosse meglio un braccio rotto o uno lussato, forse per dare a me stesso dlle false speranze. La risposta è stata che "non va bene in nessun caso" e che "in ogni situazione ci sono conseguenze". A questo punto ho ringraziato e ho capito che quando si è nella mia condizione è meglio tacere.

Ancora un tempo che è sembrato infinito e poi via! Il letto spinto attraverso i corridoi fino al reparto raggi X per un'altra scena da film drammatico. Il trasbordo dalla barella ad un banco di metallo e riuscire a distendere il braccio dolorante e la schiena su una lastra per RX si è rivelato al limite del fattibile. Da qui i primi azzardi di diagnosi su una probabile frattura.

Fatti i raggi in preda alle grida, il responso è stato lapidario: "frattura all'omero.. e anche brutta".
"Brutta? Ma quanto brutta?" La risposta: "brutta".

Una volta tornato nella piccola stanza o grande corridoio, ancora una attesa questa volta sicuramente lunga fino a quando si è materializzata una figura davanti a me: l'ortopedico! Senza giri di parole mi ha detto che la frattura è brutta perché scomposta con tre pezzi. Termina dicendo che è necessario un ricovero e forse una operazione per ricomporre la frattura.


Alla faccia della partita di pallone per divertirsi, in una serata qualunque di un giorno qualunque....  improvvisamente ha preso senso a pieno titolo il nostro "detto cinese"; ma alla fine... come avrei potuto immaginare un epilogo del genere?
(CONTINUA)

domenica 4 febbraio 2018

Vendute

Questa è la storia vera di due sorelle inglesi di Birmingham, di padre yemenita, vendute dal padre, portate in Yemen e date in mogli a improbabili mariti. Il tutto, come riportato dall'autrice, avvenuto con la complicità dei padri dei giovanissimi mariti, alienando i passaporti delle ragazze e producendo falsi certificati di matrimonio.

A seguito del viaggio in Yemen con l'inganno, le due giovani donne hanno trascorso otto anni in villaggi sperduti dello Yemen che non risultano neanche sulla mappa, sposate a forza con ragazzini, abusate e sfruttate come manodopera domestica.

E' grazie alla perseveranza dell'autrice (che è una delle due vittime), che a distanza di anni e grazie ad un caso mediatico creato da attivi cronisti, che ha potuto far ritorno a casa.

La ricerca mediatica di notizie riguardo alla sorella dell'autrice (l'altra vittima), dal carattere più remissivo e oramai madre di vari figli, non è stata sufficiente a capire dove ella si trovi in questo momento. Probabilmente oramai rassegnata alla vita da donna yemenita tradizionale.

Oltre alla tragica cronistoria delle due sorelle, dal libro si capisce che questo non è l'unico caso noto. Ci sono altre giovani donne e anche ragazzi che in qualche modo, raggiunta una certa età, vengono spediti nella terra natia dei padri in cambio di soldi o per altri motivi legati a tradizioni per noi occidentali inaccettabili.

Sicuramente una testimoninza importante da leggere.